Sì, il Board della pace fa un po’ ridere. Ma gli “indignati” anti-Trump fanno piangere

mercoledì, 18 Febbraio 2026
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Il Board della pace inventato da Donald Trump per avviare la ricostruzione di Gaza è una iniziativa davvero singolare, un precedente assoluto nelle relazioni internazionali. Non s’era mai visto un capo di Stato Usa (ma neanche un capo di Stato in genere) autonominarsi presidente a vita di un organismo che assomiglia più a un consiglio di amministrazione che non a un comitato politico mondiale.

Singolare è anche la modalità di partecipazione. Tutti gli Stati possono farvi parte, a condizione che sborsino un gettone da un miliardo di dollari, neanche si trattasse si staccare il biglietto per una riffa globale. Diciamola tutta, il Board of peace riflette perfettamente l’approccio trumpiano ai problemi internazionali, dove si fa politica attraverso il business e business attraverso la politica. Non per niente Steve Vitkoff, l’inviato del presidente nelle grandi questioni internazionali, non è un politico né un diplomatico bensì un uomo d’affari.

Non sbaglierebbe più di tanto opinione neanche chi vedesse in questo singolare organismo una forma di gratificazione dell’ego smisurato di “The Donald”, quasi che Trump inseguisse la visione di una sorta di “Gaza Beach” che tenesse viva nei secoli a venire la sua memoria gloriosa.

Detto questo, partecipare al Board della pace non è cosa né disdicevole né fatto di cui vergognarsi. Piaccia o non piaccia, parliamo dell’unica, concreta iniziativa per restituire la speranza di un futuro decente al martoriato popolo della Striscia. Né va dimenticato il fatto che la trasversalità geografica e politica di chi vi ha aderito (da Paesi arabi come l’Egitto, il Marocco, l’Arabia Saudita, gli Emirati, la Giordania a player regionali come la Turchia e a potenze asiatiche come l’Indonesia e il Vietnam) mette al riparo il Board dalle accuse di arbitrarietà e di favoritismi filo-israeliani o filo-occidentali .

Anzi, diciamo che, per quello che riguarda i Paesi occidentali, ci saranno molti vuoti, a partire da importanti Stati europei come la Germania e la Francia.

L’Italia invece ci sarà, ancorché nel ruolo defilato dell’osservatore. Il ministro degli Esteri  Antonio Tajani sarà presente alla prima riunione del Consiglio. Commetterebbe  però un errore chi pensasse che la nostra partecipazione a questo organismo sia dettata dal desiderio di compiacere Trump in virtù del rapporto speciale stabilito dal presidente Trump con la nostra premier Giorgia Meloni. Chi la vede così, dimentica che l’Italia, a differenza di Germania, Francia e altri paesi europei, ha un interesse diretto alla pacificazione dell’area mediorientale per effetto della sua collocazione mediterranea. Tant’è vero che, nella nostra stessa posizione di osservatori, saranno anche i greci. I nostri partner nordeuropei dell’Ue possono anche permettersi, in virtù della loro collocazione geografica, di fare gli snob. Noi no, visto che abbiamo tutto l’interesse a essere presenti là dove si deciderà il futuro dell’area più incandescente e dolorosa del Medio Oriente.

È questo il concetto che Tajani ha cercato di spiegare ieri ai furenti “indignados” dell’opposizione quando ha detto che sarebbe «incomprensibile» la nostra eventuale assenza a un tavolo in cui «si discute di pace nel Mediterraneo». E se ne discute insieme con soggetti di primo piano come Turchia e Arabia Saudita.

Non c’è stato niente da fare. Dai banchi della sinistra, dal Pd ad Avs passando per il M5S, è arrivata una rumorosa raffica di invettive contro il governo, accusato di «scodinzolare» dietro a Trump e di mettere in dubbio la «dignità» dell’Italia. La più imbarazzante è stata Elly Schlein che ha tuonato parole incredibili contro l’esecutivo: «Siete i cavalli di Troia di Trump e la vostra subalternità la paga a caro prezzo l’Italia». Si è trattato di uno spettacolo a dire poco penoso. Accecati dalla faziosità antitrumpiana e antimeloniana, i leader della sinistra hanno dimostrato di essere in realtà indifferenti alle sorti future dei palestinesi di Gaza.

Dimenticano, lorsignori e lorsignore, che al momento non ci sono altri luoghi in cui si discute della pace possibile in quelle terre insanguinate. Dimenticano anche che l’Onu, da quelle parti, ha perso la poca credibilità che le rimaneva, dopo le intemerate scandalosamente antisraeliane di Francesca Albanese (è la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi) e dopo la scoperta che al pogrom del 7 ottobre, da cui è scaturita la tragedia di Gaza, hanno partecipato membri dell’Unrwa, cioè dell’Agenzia creata a suo tempo dall’Onu per assistere gli arabi di Palestina.

Se l’opposizione nostrana non capisce quando è il momento di riporre l’ascia di guerra e di discutere serenamente delle grandi questioni internazionali, non ci resta che piangere, per dirla con Massimo Troisi e Roberto Benigni in un celebre film degli anni Ottanta. I due attori parlavano da comici, invece oggi Schlein & Compagni pretendono di parlare seriamente.

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