Legge elettorale, arriva lo “Stabilicum”. L’opposizione protesta. Vediamo perché

venerdì, 27 Febbraio 2026
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Dopo tanto discutere, alla fine la maggioranza ha trovato la quadra. Mercoledì sera, mentre 9 milioni di italiani seguivano in tv la maratona nazionalpopolare sul palco dell’Ariston di Sanremo, gli “sherpa” del centrodestra mettevano il punto finale alla nuova legge elettorale. Uno dei plenipotenziari, Stefano Benigni di FI, le ha già trovato il nome: “Stabilicum”, per intendere che servirà a dare stabilità a chi governa. 

L’opposizione ha già alzato le barricate. Elly Schlein parla di «proposta irricevibile». Riccardo Magi di +Europa si richiama addirittura alla cosiddetta «legge truffa» di scelbiana memoria (che poi, tanto truffaldina, neanche era). Ma gli illustri leader del campo largo dovranno farsene una ragione. Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno i numeri in Parlamento per approvarsi tranquillamente lo “Stabilicum” prima dell’estate, salvo intoppi naturalmente. Ma non ci dovrebbero essere problemi, perché il testo accontenta tutti i partiti della maggioranza.

Chi ha dovuto fare le concessioni più grosse è stata la leader di FdI. Innanzi tutto perché non ci sarà il nome del candidato premier sulla scheda. Su questo gli alleati di Giorgia sono stati irremovibili, temendo in prospettiva di vedere le proprie, rispettive liste cannibalizzate dal partito della premier. Non hanno in fondo tutti i torti.

Un’altra rinuncia di Meloni è stata quella del ritorno delle preferenze nelle elezioni politiche. Si tratta di una delle bandiere storiche di Fratelli d’Italia. Ma anche qui i plenipotenziari di Giorgia hanno dovuto ingoiare il rospo. Pare che Roberto Calderoli, uno dei due rappresentanti leghisti, abbia minacciato di abbandonare il tavolo. E quindi niente da fare.

Forse, chissà, FdI avrebbe potuto tenere meglio il punto su entrambe le questioni. Ma in tal caso i tempi si sarebbero allungati e la cosa avrebbe complicato i piani della premier, la quale ci teneva a chiudere la partita della legge elettorale prima del referendum. E ciò allo scopo di schivare l’accusa di farsi una legge su misura qualsiasi sia il risultato delle urne. Nel caso di una vittoria del Sì, per non sentirsi dire di volere i “pieni poteri”. Nel caso opposto, per non essere imputata di cambiare le regole per non perdere le prossime politiche. Con un Sergio Mattarella che, dal Colle, osserva sospettoso (e poco benevolo) le mosse della maggioranza, è meglio evitare discussioni e tormentoni nei mesi della prossima campagna elettorale

Al dunque, lo “Stabilicum” è una legge elettorale proporzionale con un premio di governabilità che scatta solo in caso di vittoria dal 40% dei voti in su: 70 seggi in più alla Camera e 35 in Senato. Nel caso che nessuna delle coalizioni raggiungesse la soglia e del 40 ma fosse superiore al 35, si andrebbe al ballottaggio sia alla Camera sia al Senato.

Con questi numeri, gli esponenti della maggioranza sono sicuri di non ricevere la bocciatura da parte della Corte costituzionale: il rapporto tra voti conseguiti e seggi ottenuti è equo e ragionevole. Se, poniamo, una coalizione risulta prima alle elezioni con il 40-41%, godrebbe in Parlamento di una maggioranza del 51. Nel caso invece ottenesse il 45-46% , avrebbe alla Camera e in Senato il 55% dei seggi. Con il 49-50% dei voti, la maggioranza sarebbe del 60. Insomma, il premio di maggioranza non supera mai il 10-11 %. È meccanismo assai diverso da quello del “Porcellum” (bocciato dalla Consulta), una legge elettorale che non prevedeva una soglia minima, per cui si poteva conquistare il 54% dei seggi in Parlamento pur, ad esempio, avendo ottenuto poco più del 30% alle urne.

Con lo “Stabilicum”, la soglia di sbarramento è inoltre fissata al 3%, cosa che accontenta sia Carlo Calenda sia Roberto Vannacci. Anche i piccoli partiti che entrano nelle coalizioni senza ottenere il 3% sono tutelati. È stabilita la regola che porta rappresentanti in Parlamento il partito minore meglio piazzato. E ciò accontenta sia Matteo Renzi sia Maurizio Lupi.

Insomma, la nuova legge elettorale in cantiere appare equilibrata e ben congegnata. Perché allora l’opposizione protesta? Schlein dice che lo “Stabilicum” consente a chi vince di eleggersi da solo il Presidente della Repubblica (il mandato di Mattarella scadrà nel 2029, cioè nel pieno della prossima legislatura). La sinistra è preda dell’ossessione che al Colle salga un esponente di destra e teme addirittura che Meloni c’abbia fatto già un pensierino in proposito. Al di là della fobia per il Quirinale in mano agli eredi del Msi, si tratta di una strana argomentazione: nella storia della Repubblica, più di un capo dello Stato è risultato eletto solo dalla maggioranza politica di quel momento, non ultimo Giorgio Napolitano, che fu eletto nel 2006 da un Parlamento votato peraltro con il “Porcellum”. Perché agitare la questione del Colle?

La verità è forse che l’opposizione, con la sparizione dei collegi uninominali, si vede defraudata di una temibile arma (secondo il “Rosatellum” lì si elegge il 30% dei parlamentari). Ed è qui che casca l’asino, perché Schlein e compagni speravano di fare man bassa nei collegi del Centrosud dopo le schiaccianti vittorie dei candidati del campo largo nelle Regionali in Puglia e in Campania. Secondo gli strateghi del centrosinistra, si profilerebbe, rimanendo in vigore il “Rosatellum”, una pari e patta alle prossime Politiche anche in caso di (leggera) vittoria del centrodestra. E ciò appunto per effetto dei collegi del Sud al campo largo.

In tale ipotesi, si tornerebbe ai governi tecnici e alle grandi coalizioni, con l’Italia che perderebbe il suo vantaggio competitivo nell’Europa di questi ultimi anni: la stabilità politica. “Stabilicum”? Mai nome appare più azzeccato in questo momento.

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