I democratici americani: «La Casa Bianca non ha una strategia per l’Iran». E allora Trump pensa di “arruolare” i combattenti curdi

giovedì, 5 Marzo 2026
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Kurdistan

Il dodicesimo giorno di guerra in Medioriente vede l’ingresso in scena, suo malgrado, dell’Azerbaijan. I droni iraniani hanno colpito l’aeroporto internazionale di Nakhchivan e altre infrastrutture civili nella Repubblica autonoma di Nakhchivan, exclave azera confinante con l’Iran. Baku ha attribuito all’Iran la piena responsabilità di questo incidente, che non passerà senza risposta. Secondo fonti azere e internazionali, almeno tre droni iraniani hanno colpito la zona: uno ha impattato sul terminal passeggeri dell’aeroporto di Nakhchivan (noto anche come Razi Airport), causando danni strutturali ed esplosioni visibili in video circolati online; un altro è caduto vicino a una scuola nel villaggio di Shakarabad, il terzo ha colpito aree limitrofe. Il ministero degli Esteri azero ha segnalato due civili feriti e ha convocato l’ambasciatore iraniano per consegnare una nota di protesta formale, condannando l’azione come violazione del diritto internazionale e fattore di escalation regionale.

Altrove, mentre il Bahrein ha distrutto 75 missili e 123 droni «diretti contro il Regno dall’inizio della brutale aggressione iraniana», a Doha, capitale del Qatar, sono stati uditi suoni riconducibili a operazioni di intercettazione in corso nello spazio aereo sopra la città. Il Paese ospita la base aerea di Al Udeid, il principale hub militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, e negli ultimi giorni rientra tra gli Stati del Golfo coinvolti nelle tensioni regionali legate al conflitto tra Iran da una parte e Stati Uniti e Israele dall’altra.

In ordine sparso, intanto, i Paesi europei stanno decidendo come sostenere le azioni di ritorsione contro l’Iran mantenendosi sul filo sottile della neutralità. La Francia ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare le sue basi in Medio Oriente; la Spagna sta valutando un possibile sostegno militare a Cipro dopo gli attacchi attribuiti all’Iran e alla milizia libanese di Hezbollah, secondo fonti governative citate oggi dai media iberici, fra i quali El Pais. Madrid, tuttavia, non ha ancora preso una decisione definitiva. Secondo le fonti, il governo guidato da Pedro Sanchez sta esaminando «un ventaglio di opzioni» per sostenere l’isola, che in questo semestre ricopre la presidenza di turno dell’Unione europea. Tra le ipotesi allo studio, l’invio di un’unità antidrone, di una batteria antiaerea Nasams, di un radar dispiegabile oppure di una fregata militare. In tutti i casi si tratterebbe di sistemi di difesa aerea destinati a proteggere il Paese da nuovi attacchi con missili o droni. C’è poi l’Italia. Secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto, bisogna rivalutare i nostri assetti nella regione e rispondere alle richieste dei Paesi amici in difficoltà. «Intendiamo dispiegare un dispositivo multi dominio in Medioriente, con sistemi di difesa aerea anti drone e antimissilistica – ha spiegato Crosetto alla Camera – porteremo assieme a spagnoli e francesi un aiuto a Cipro».

Ma sul bollettino di guerra si staglia sempre di più il paradosso dell’impegno americano in Iran: pianificazione tattica e improvvisazione strategica. Al punto che la deputata democratica Pramila Jayapal, uscendo da un briefing riservato sull’Iran a Washington, ha candidamente dichiarato ai cronisti: «È molto peggio di quanto pensiate; la Casa Bianca non ha assolutamente idea di dove stia andando e non c’è una strategia a lungo termine».

In questa confusione potrebbe esserci anche il ragionamento di Trump che tira dentro i curdi. Il tycoon aveva ipotizzato un intervento di terra per sovvertire il regime di Teheran, ora sta accarezzando l’idea di armare i combattenti curdi. Secondo il Corriere della Sera Trump ha avuto contatti con i leader dei curdi iraniani mentre indiscrezioni riferiscono che la Cia stia valutando di armare le milizie attive lungo il confine tra Iran e Iraq, per fomentare l’insurrezione e avere uomini sul terreno contro il regime. Iniziative che hanno portato, appunto, a un’immediata ritorsione degli ayatollah. «I curdi, circa l’8-10 per cento della popolazione – spiega ancora il Corriere – vantano una tradizione di combattenti e sanno sfruttare la conformazione montuosa del territorio, spalleggiati da una retrovia cruciale: il Kurdistan iracheno, controllato da altre entità. Il 25 febbraio è stata annunciata la nascita di una coalizione di cinque partiti, tra cui il Pak, il Pdki e il Pjak: i primi due godono di rilevanza politica e storica, il terzo è più militante ed è un’emanazione dei curdi di Turchia, il Pkk di Ocalan. Ieri si è unito anche il partito Komala, il cui leader Abdullah Mohatadi ha commentato: “Questa è un’ottima notizia per il popolo curdo, e per la grande causa dell’unità politica e della ricerca della democrazia in Iran”».

Ecco che in questo vuoto strategico della Casa Bianca, l’ipotesi del coinvolgimento dei curdi in un’offensiva terrestre guadagna terreno per ragioni di sopravvivenza politica interna. Trump, tormentato da una popolarità in calo e consapevole che la sua base elettorale non tollererebbe un nuovo massiccio dispiegamento di truppe americane, vede nelle milizie curde lo strumento ideale. Delegare l’invasione terrestre a forze locali permetterebbe agli Stati Uniti di limitare le perdite americane a piloti e specialisti. 

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