La morte della guida suprema Ali Khamenei e l’ascesa del figlio Mojtaba alla guida della Repubblica islamica non stanno producendo l’implosione del regime che molti analisti occidentali avevano ipotizzato. Al contrario, il cambio di leadership rischia di generare un effetto opposto: un sistema più radicale, più militarizzato e meno disposto al compromesso con l’Occidente.
La successione segna un passaggio storico. Per la prima volta dalla rivoluzione del 1979 il potere passa di fatto da padre a figlio, trasformando un sistema teocratico rivoluzionario in una struttura che assume tratti quasi dinastici. Ma soprattutto rafforza il peso dell’apparato militare e dei Pasdaran, che rappresentano il vero pilastro del potere iraniano. Ricordiamo che l’Iran rappresenta 27 secoli di storia (anche militare) e ha sempre reagito ad invasioni ed attacchi adattandosi e combattendo. Successe con i macedoni, poi con i romani ed infine con gli imperi coloniali, la storia è molto importante per il regime iraniano e rappresenta il collante anche con quella parte di popolazione più moderata.
L’Iran inoltre dispone di una struttura militare imponente e da non sottovalutare. Le forze armate contano circa 545.000 militari attivi, a cui si aggiungono oltre 650.000 riservisti. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, i Pasdaran, conta circa 125.000 uomini, mentre la milizia paramilitare Basij può mobilitare centinaia di migliaia di volontari in caso di crisi. Questo apparato rende il sistema iraniano molto più resistente di quanto spesso si immagini, è costruito per durare anche dinanzi a crisi come questa. Uno dei motivi per cui il Pentagono a Trump ha suggerito di chiudere la campagna in un mese al massimo. Dopo questo lasso di tempo la guerra potrebbe allargarsi e diventare globale e forse è quello che sperano a Teheran, strategicamente è l’unico modo per portare Pechino se non a combattere a dare supporto “pesante”.
Sul piano militare Teheran possiede inoltre il più grande arsenale missilistico del Medio Oriente. Le stime indicano tra 3.000 e 4.000 missili balistici e cruise, con gittate che in alcuni casi superano i 2.000 chilometri, oltre a migliaia di droni militari. Questa capacità consente all’Iran di sostenere una strategia di guerra asimmetrica, evitando lo scontro diretto con la superiorità militare occidentale ma colpendo infrastrutture, rotte commerciali e obiettivi economici. Sullo sfondo i missili ipersonici che non escluso la Russia non fornisca, secondo qualche fonte lo avrebbe già fatto. Tali missili potrebbero colpire tranquillamente l’Europa senza che si riescano ad intercettare.
Il vero obiettivo strategico iraniano della guerra? Il Golfo Persico. Negli ultimi vent’anni Emirati, Qatar e Arabia Saudita hanno costruito uno degli ecosistemi economici più ricchi del pianeta. Il prodotto interno lordo combinato dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo supera i 2.000 miliardi di dollari, mentre fondi sovrani come quelli di Abu Dhabi, Qatar e Arabia Saudita gestiscono complessivamente oltre 4.000 miliardi di dollari di asset finanziari.
Dubai, Doha e Abu Dhabi sono diventate hub globali di finanza, turismo e tecnologia, con milioni di lavoratori occidentali e asiatici e con investimenti internazionali che superano ogni anno centinaia di miliardi di dollari. Questo modello di prosperità rappresenta anche uno dei pilastri della presenza economica occidentale nella regione. Per l’Iran un vero problema.
La strategia iraniana sembra puntare proprio a destabilizzare questo equilibrio. Il Golfo non è soltanto una regione ricca: è il cuore energetico del pianeta. Attraverso lo Stretto di Hormuz transitano ogni giorno circa 17-20 milioni di barili di petrolio, pari a quasi il 20% del commercio mondiale di greggio via mare. Da questa rotta passa inoltre circa il 30% del gas naturale liquefatto globale, soprattutto proveniente dal Qatar.
Basta anche una minaccia credibile alla navigazione nello stretto per provocare shock energetici globali. Una chiusura prolungata di Hormuz potrebbe spingere il prezzo del petrolio oltre 120 o persino 150 dollari al barile, con effetti immediati su inflazione, trasporti e industria in Europa e Asia.
In questo quadro la guerra non riguarda soltanto Israele o gli Stati Uniti. Il campo di battaglia reale è l’ecosistema economico del Golfo, colpire infrastrutture energetiche, porti, rotte marittime, hub logistici o infrastrutture digitali significa minare proprio quel modello di stabilità e prosperità che negli ultimi vent’anni ha attratto capitali, imprese e milioni di occidentali nella regione.
Il cambio di leadership a Teheran potrebbe rafforzare questa strategia. Mojtaba Khamenei è considerato molto vicino ai Pasdaran e alle componenti più ideologiche del regime, nella storia dei sistemi rivoluzionari, la scomparsa del leader storico raramente porta a moderazione. Più spesso provoca una radicalizzazione del potere, con il rafforzamento delle fazioni più dure.
Se questo schema dovesse confermarsi anche oggi, il Medio Oriente potrebbe entrare in una fase di conflitto lungo e diffuso. Non necessariamente una guerra convenzionale, ma una guerra di logoramento economico e strategico che utilizza energia, rotte commerciali e infrastrutture come strumenti di pressione. Sullo sfondo lo scontro di civiltà con l’Occidente, che rappresenta il vero obiettivo di molte frange estreme che con la nuova leadership entreranno negli apparati di governo. Questo porterà al centro l’ideologica super estremista, che di fatto promuove lo scontro di civiltà. Un Golfo sul lastrico porterebbe l’Iran ad incolpare gli Usa, di fatto spianando la strada ad un reclutamento naturale di guerriglieri con il solo obiettivo di terrorizzare americani ed alleati.
In questo scenario il vero obiettivo non è conquistare territori. È qualcosa di più ambizioso: rendere il Golfo troppo instabile per sostenere il modello di prosperità che ha attirato l’Occidente nella regione e tornare a quello scontro di civiltà, esploso nel 2001 (con l’attentato a New York), mai sopito del tutto che riporta al centro uno scontro tra Occidente ed Oriente ormai millenario.
Se la battaglia si sposta su petrolio, gas e rotte marittime globali, la crisi smette di essere regionale e diventa una partita che riguarda l’intera economia mondiale, uno scenario vastissimo ed ingovernabile.
(in foto il nuovo leader supremo)



