Il pericolo non è scampato: l’Italia resta esposta nel cuore della tempesta energetica

mercoledì, 8 Aprile 2026
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La tregua annunciata da Donald Trump, con lo stop temporaneo ai raid e la richiesta di riapertura dello Stretto di Stretto di Hormuz, viene raccontata come una de-escalation. In realtà non lo è. È una pausa operativa. E le pause, in geopolitica, servono a riorganizzarsi, non a risolvere.
Il rischio sistemico è intatto, anche se il brent è sceso a 95 (ma in pompa non lo vedremo) perché è vero che da Hormuz transita il 20% del petrolio mondiale e una quota simile di GNL ma a dare oscillazioni ai prezzi mondiali sono gli “approcci” nello stretto. Basta una riduzione anche parziale dei flussi (o una dichiarazione d’instabilità) per generare effetti immediati: assicurazioni marittime fuori scala, noli triplicati, prezzi energetici che si muovono prima ancora della scarsità reale. Il mercato non aspetta la crisi, tende ad anticiparla.

In Italia viviamo in continua apprensione energetica, una vera iattura per la nostra economia che pare sulle montagne russe (fa sorridere, in tema gas).
Siamo nel G7, seconda manifattura europea, tra le prime otto economie globali, con oltre 1.500 prodotti nei primi 5 al mondo per export. Una macchina industriale di questo tipo non può permettersi volatilità energetica prolungata. È troppo rischioso.

Chi sostiene che “l’Italia è poco esposta” guarda solo ai volumi diretti e ignora la rete. L’energia è un sistema interconnesso: se il prezzo globale sale, sale per tutti. Se si inceppa la logistica, si inceppano le catene industriali. E l’Italia, che trasforma più di quanto estrae, è tra i Paesi più sensibili a questi shock.

Nel frattempo, la linea europea resta ancorata a vincoli che limitano la capacità di risposta. Il Patto di stabilità, in una fase come questa, rischia di comprimere proprio gli investimenti necessari: stoccaggi, rigassificatori, reti, nucleare di nuova generazione, diversificazione delle fonti. Non è rigore, è miopia ideologica. In queste ore i danni provocati dalla Ue sono pari alla crisi stessa, un po’ strano se le soluzioni balzane provengono da chi a parole si contrappone alle azioni di Trump.

Il pericolo non è passato, è solo entrato in una fase meno visibile, quindi più insidioso.

Per questo l’Italia deve cambiare passo subito. Non tra sei mesi. Serve una linea autonoma e pragmatica: dialogo diretto con Washington per capire i margini reali di protezione, riapertura di canali energetici alternativi senza ideologie, capacità di forzare i vincoli europei quando entrano in collisione con la sicurezza nazionale. (Disobbedire? Perché no) Non siamo davanti a scelte politiche ma di necessità industriale. Serve utilizzare queste sue settimane per imbastire rapporti e ricucire alleanze, oltre che nel Golfo anche ad Est. Non possiamo vivere alla giornata perché se la crisi dovesse prolungarsi o andare ad intermittenza con oscillazioni di prezzi continue rischiamo contrazioni e ricadute pesanti, dalla chiusura di aziende fino all’implosione del mercato del lavoro. Motivo per cui il turismo non può rappresentare un asset, se non quello interno. Vanno poi aumentati i consumi interni (che generano stabilità e ricchezza) ma per farlo bisogna disobbedire alla Ue.

Un Paese come il nostro non può permettersi di aspettare che la crisi passi, deve mettersi nelle condizioni di non subirla, oggi quelle condizioni, non ci sono ancora.

Siamo disposti a disobbedire per dare un futuro più solido al nostro Paese? Le nostre classi dirigenti devono dotarsi di questo coraggio, andando incontro a scelte apparentemente impopolari ma funzionali.

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