Quando il gioco si fa duro… bisogna decidersi a giocare. Non disse esattamente così John Belushi in Animal House, film del 1978, ma la parafrasi “larga” fa al caso della premier Giorgia Meloni, che con un video di tredici minuti è scesa in campo per spiegare le ragioni dell’importanza del voto al referendum sulla riforma della giustizia.
Sono due i motivi per i quali, probabilmente, la presidente del Consiglio ha voluto metterci la faccia. Il primo. A poco più di due settimane dall’appuntamento con la consultazione popolare il No è dato in crescita nei sondaggi, soprattutto se l’affluenza dovesse attestarsi sotto il 50% degli aventi diritto. Se i contrari alla riforma non sono in vantaggio, al momento i fronti contrapposti sono testa a testa. E ciò è un dato preoccupante perché a fine anno il Sì veleggiava verso una vittoria quasi certa.
La seconda. Il centrodestra è attraversato dai malumori di Forza Italia per la quale la riforma della giustizia rappresenta la battaglia fondamentale di questa legislatura combattuta nel nome di Silvio Berlusconi. Secondo i colonnelli “azzurri”, non tutti gli alleati (in particolare la Lega) si stanno spendendo con lo stesso slancio per le ragioni del Sì. Una più che allusiva frase di Fulvio Martusciello, coordinatore regionale di Fi e promotore del “Treno per il Sì”, ha lasciato pensare: «Sull’alta velocità abbiamo novanta minuti di ritardo…».
Così Giorgia Meloni ha voluto dettagliare le ragioni per la quali il 22 e 23 marzo bisogna votare Sì per la separazione delle carriere dei magistrati, in primis.
«Ho deciso di provare a spiegare in modo più possibile chiaro alcuni punti fondamentali della riforma che gli italiani saranno chiamati a confermare o meno con il loro voto e di spiegare perché considero importante che si vada a votare e che si voti sì, cioè per confermare la riforma, che è molto importante se vogliamo modernizzare l’Italia ed è importante per tutti gli italiani e li riguarda tutti, più di quanto pensino».
La premier ha voluto elencato le ragioni del Sì: «La giustizia è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, è indispensabile per far funzionare l’Italia. Se non è efficiente, efficace, meritocratica, una parte fondamentale del meccanismo che definisce il nostro benessere si inceppa e i cittadini lo pagano».
Quindi è entrata nel merito del ragionamento: «I giudici decidono su moltissimi aspetti della nostra vita: sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul lavoro, sulla salute, sulla libertà personale. È un potere enorme. Ma è anche l’unico caso in cui a questo potere quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, se ad esempio, come purtroppo è accaduto, si dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza del termine, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla. Quel magistrato fa carriera e chi subisce questa sventura può essere qualsiasi cittadino onesto. Sono storture che in ottant’anni di storia repubblicana non siamo mai riusciti a correggere».
Quindi la premier sottolinea l’importanza della separazione delle carriere: «La riforma introduce la separazione tra chi accusa e chi giudica. Perché? Perché se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa. Noi pensiamo di sì e siccome giustamente la Costituzione dice che il giudice deve essere terzo o imparziale, noi rafforziamo quella imparzialità, rendendo le carriere separate tra giudice e pubblici ministeri per evitare commistioni. Il processo diventa più giusto, il cittadino diventa più garantito».
Infine sottolinea la novità che ritiene più importante: «Istituiamo l’alta corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, compito che quindi non spetterà più al Consiglio superiore della magistratura, composta anch’essa di magistrati e membri laici che vengono anche loro estratti a sorte tra persone altamente qualificate, quindi ancora una volta tra chi ha i criteri per poterlo fare, ma senza logiche di corrente o di partito, significa che finalmente, dopo ottant’anni, anche i magistrati verranno giudicati da un organismo terzo, cosa che accade già per tutti gli altri. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza che questo avesse alcuna conseguenza».
E se alla fine di questa battaglia vincesse il No? «Non ci dimetteremo ha assicurato la premier – se gli italiani vogliono mandarci a casa possono farlo tranquillamente fra un anno, ma oggi si vota sulla giustizia, non sulla politica e se noi perdiamo questa occasione di modernizzare la giustizia, temo che non ne avremo molte altre».
Secondo molti osservatori, nei prossimi giorni a questi primi contenuti se ne aggiungeranno altri che completeranno poi la strategia di attacco social messa in piedi dalla premier per far crescere sia la partecipazione al voto sia i consensi a favore del Sì.



