A gennaio, il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che “il tempo della Brexit è finito”, segnando una svolta retorica importante: non più una battaglia identitaria, ma un dato di fatto da cui partire. Tuttavia, nelle settimane successive, alcuni segnali hanno suggerito che la questione sia tutt’altro che chiusa.
A febbraio, la cancelliera dello Scacchiere – la responsabile delle Finanze – Rachel Reeves ha ipotizzato un possibile ritorno del Regno Unito nel mercato unico europeo, un’idea che ha poi ribadito pochi giorni fa, riaccendendo il dibattito politico ed economico. Una posizione che, pur non rappresentando ancora una linea ufficiale del governo, indica una crescente apertura verso una revisione dei rapporti con Bruxelles.
Anche sul piano internazionale, le pressioni e gli inviti si stanno moltiplicando. Il ministro degli Esteri francese Stéphane Séjourné ha invitato esplicitamente Londra a rientrare nell’Unione europea, mentre il presidente finlandese Alexander Stubb ha paragonato la Brexit a “smontarsi una gamba senza motivo”. Ancora più netto il giudizio dell’ex premier polacco Donald Tusk, secondo cui oggi il 65% dei britannici voterebbe per rientrare nell’Ue.
All’interno del Regno Unito, il tema sta tornando anche nel dibattito politico interno. Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha invitato Starmer a costruire la campagna elettorale del Labour per il 2029 proprio su un possibile rientro nell’Unione, trasformando di fatto le prossime elezioni in una sorta di referendum sulla Brexit.
Questo cambiamento di clima è legato anche a fattori geopolitici ed economici. Il raffreddamento dei rapporti con Washington e le difficoltà dell’economia britannica stanno contribuendo a rafforzare il fronte pro-europeo nell’opinione pubblica. I sondaggi mostrano infatti un consolidamento del sorpasso dei favorevoli a un riavvicinamento all’Ue.
Tuttavia, il quadro è tutt’altro che lineare. Parallelamente alla crescita del sentimento pro-europeo, aumentano anche le spinte in direzione opposta. Nel mese scorso, il partito Reform guidato da Nigel Farage – uno dei promotori della Brexit – ha per la prima volta superato il Labour nei sondaggi, un segnale politico rilevante. Il risultato riflette il malcontento legato alla stagnazione economica e al tema dell’immigrazione, che continua a rappresentare uno dei nodi più sensibili per l’elettorato britannico.
Il Regno Unito si trova quindi in una fase di transizione: la Brexit non è più il campo di battaglia ideologico di qualche anno fa, ma nemmeno una questione definitivamente chiusa. Tra spinte al riavvicinamento all’Europa e nuove ondate di euroscetticismo, il futuro dei rapporti con l’Ue resta uno dei principali interrogativi della politica britannica. Oltre che il terreno politico su cui il dibattito tra le forze politiche si concentrerà nei prossimi tre anni.



