La scelta della BBC non è solo un cambio al vertice, ma un cambio di paradigma. L’arrivo di Matt Brittin – 57 anni, formazione a Cambridge, una lunga traiettoria ai vertici europei di Google – segna una discontinuità che difficilmente può essere letta come un semplice avvicendamento manageriale. È piuttosto il segnale che il più iconico modello di servizio pubblico occidentale ha preso atto di essere entrato in una fase di crisi strutturale.
Per oltre un secolo, il potere dei media si è fondato su un principio chiaro: selezionare, verificare, ordinare i fatti. La redazione era il cuore, la gerarchia editoriale il filtro, il notiziario il prodotto finale. Oggi quell’architettura è stata scavalcata. Il baricentro si è spostato altrove: piattaforme, algoritmi, modelli predittivi, distribuzione guidata dai dati. Non è più decisivo decidere quale notizia è importante; lo è stabilire quale notizia verrà vista, da chi, quando e in quale contesto.
In questo senso, la nomina di un uomo cresciuto dentro Google non è neutrale. Dice che raccontare il mondo non basta più. Bisogna saper leggere – e governare – i flussi di dati che lo descrivono. Il campo di battaglia non è la notizia in sé, ma la previsione dei comportamenti e la capacità di orientare l’attenzione. Il giornalismo tradizionale selezionava fatti; le piattaforme anticipano ciò che accadrà.
La BBC arriva a questa svolta in una fase di evidente vulnerabilità. Gli scandali, le polemiche sull’imparzialità, le tensioni politiche culminate nello scontro legale con Donald Trump – una causa miliardaria nata dalla contestata manipolazione di un discorso del 2021 – hanno eroso credibilità e stabilità. Le dimissioni di Tim Davie sono state l’esito di questa pressione, ma non la causa profonda del problema.
La vera questione è un’altra: la sostenibilità del modello. Mentre Netflix e YouTube riscrivono le regole della distribuzione globale e mentre il governo di Keir Starmer apre il dossier sul rinnovo della Royal Charter, la BBC è costretta a interrogarsi su come finanziare e giustificare la propria esistenza in un ecosistema che non controlla più.
Brittin porta con sé un profilo che rompe la tradizione: nessuna esperienza giornalistica o televisiva diretta, ma una familiarità totale con le logiche del capitalismo digitale. Alla guida di Google UK ed Europa ha gestito proprio quei meccanismi – pubblicità, dati, targeting – che oggi determinano il successo o l’irrilevanza di un contenuto. Anche il suo recente passaggio al Guardian, laboratorio avanzato della transizione digitale, va letto in questa chiave.
La sua nomina suggerisce che la BBC abbia compreso un punto cruciale: non stiamo entrando in un’era in cui i media diventano semplicemente digitali. Stiamo entrando in un’era in cui i media diventano infrastrutture di calcolo. Non si tratta più di raccontare meglio una storia, ma di controllare i sistemi che decidono quale storia emergerà.
Resta una domanda, forse la più importante. Può un’istituzione nata per garantire indipendenza editoriale e servizio pubblico adattarsi a un mondo in cui il potere risiede negli algoritmi? O, detto diversamente, è possibile competere con chi – come Google – ha già ridisegnato l’accesso globale all’informazione senza rinunciare alla propria identità?
La risposta non è scontata. Ma la direzione è chiara. E, per la prima volta, passa più da Mountain View che da una redazione.
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