Mesi fa numerosi redattori di prestigiosi quotidiani statunitensi hanno saccheggiato i caveau della nostra Storia europea, alla ricerca di questo o quel monarca particolarmente smodato e assolutista cui comparare il Presidente Trump.

Particolarmente gettonati il radiante Luigi XIV, re di Francia – le Roi Soleil, per intenderci – e il perturbato Enrico VIII d’Inghilterra. Se il primo è passato alla Storia come un primatista mondiale nell’intricata arte del governare e far grande la Francia – il brand Versailles catalizza milioni di likes e nutrite folle ancora oggi – sul britannico Enrico si continua a discutere. Colto, umanista, di raffinato sentire, decapitò due mogli, ne terrorizzò quattro e mandò al patibolo insigni oppositori, tra i quali spicca l’ammirevole figura di Tommaso Moro. Al contempo affrancò l’Inghilterra dalla soggezione religiosa ed economica al Papato, e la dotò di quella poderosa flotta che da periferica monarchia isolana la elevò nei secoli a Impero d’inaudita estensione e prosperità. Due mosse politicamente lungimiranti e azzeccatissime. Nulla a che vedere con lo scriteriato attacco USA all’Iran di un mese fa.
Che il Signor Trump abbia qualcosa a che spartire con questi due monarchi – diversamente grandi ma comunque grandi – è un’emerita panzana. Poggia sulla confusione vuoi sciocca vuoi maliziosa vuoi ossequiosa tra due figure storiche distinte e separate: quella del Re e quella del rapace parvenu del potere, vale a dire l’Autocrate. E fa leva sull’inconfessata brama di parte della possente ma sblasonata America di accaparrarsi un titolo, uno stemma quale che sia, una qualche simulazione di memoria secolare. Un sontuoso strascico, insomma, e quell’incomparabile Allure Historique che solo venti e più secoli di eventi vuoi tragici vuoi mediocri vuoi trionfali hanno potuto imprimere nelle cellule dei suoi vituperati fratelli europei.
E dunque, NO! L’attuale Presidente USA e le sue imperscrutabili giravolte, i suoi scriteriati attacchi bellici così come gli ori e gli stucchi della sala ovale, e la faraonica sala da ballo per la quale ha sventrato mezza casa Bianca per un costo di 300 milioni di dollari, nulla hanno a che vedere coI Re Sole o Enrico VIII. Il Signor Donald Trump è, nel bene e nel male, un prototipo. Di pura matrice americana. Come la Coca Cola. O i McDonald’s. Cari fratelli d’oltreoceano, fatevene una ragione.
Del resto, che si trattasse d’un prototipo altamente rischioso – e vincente – le vostre menti più lucide lo avevano immediatamente percepito.
Nel 2003, poco prima che Trump ottenesse il suo primo mandato, il regista Michael Moore (Oscar 2003 per ‘Bowling a Columbine’) scriveva di lui: ‘Questo disgraziato, ignorante e pericoloso pagliaccio part time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente’. Dimostrandosi acuminato sia nella percezione del personaggio che nell’azzeccarne il destino. In tempi più recenti, Moore ha fatto bis. ‘Trump sarà il nostro prossimo presidente’, predisse. E così fu.
Ma come mai? Perché questa ricaduta? Come ha fatto questo bilionario da tanti definito scorretto, scompostamente brutale e più insidioso di un giacimento di mine antiuomo, a farsi incoronare Presidente per ben due volte? Del paese che, almeno fino a oggi, risulta essere il più potente del globo? Ci vuole del genio, riconosciamolo. E niente è più geniale, in un politico, del sapere individuare presto e bene il proprio potenziale bacino di elettori. Dov’è andato a pescarli? Semplice, visto con l’imbattibile ( e inutile) senno di poi. Li pescò nell’affollatissimo cestino dei rifiuti dei democratici. Fu proprio la democratica Hillary Clinton difatti a proclamare “Per essere generici, si può mettere metà dei sostenitori di Trump in quello che chiamo il ‘paniere dei miserabili‘ (basket of deplorables)’, per poi aggiungere che l’altra metà era composta da persone disperate, che si sentono abbandonate dal governo e dall’economia, e che cercano disperatamente un cambiamento”. Fu come sputare con sentito disgusto su una buona metà di elettorato americano. La sinistra che sputava sui vinti. Che nel momento del voto le restituirono la cortesia.
Se analizziamo un attimo il ‘cestino dei rifiuti’ da cui Trump attinge i propri fedelissimi, scopriamo che in massima parte è composto da esponenti della working class (lavoratori senza titolo di studio universitario), cui seguono gli elettori rurali e di aree suburbane, i maschi di ogni etnia (includendo quindi l’elettorato maschile ispanico e afroamericano), gli elettori religiosi e quelli ‘ volatili’ e ‘infrequenti’. Il Signor Trump, insomma, amoreggia proficuamente con gli strati sociali medio-bassi, e non disdegna di scendere ancora più in basso, nelle viscere tenebrose del corpo sociale, scarsamente alfabetizzate, maleodoranti, rabbiose e credulone. In mezzo a quello che genericamente, ancora oggi, possiamo chiamare ‘popolo’. Tra i tanti deprecabili difetti di cui tutto il mondo – e con più di una ragione – lo accusa, Donald Trump possiede senz’altro un’invidiabile qualità: non è schifiltoso.
Tra tutte le biografie del Presidente che ingolfano il web, la più sintetica e originale la fornisce senz’altro il sito MYmovies.
‘Donald Trump – leggiamo – è un attore statunitense, è nato il 4 giugno 1946 a New York City, New York (USA). Nel 2019 ha ricevuto il premio come peggior attore al Razzie Awards per il film ‘Death of a nation’ (Morte di una nazione). Donald J.Trump ha oggi 79 anni ed è del segno zodiacale dei Gemelli.’
Caro zio Donald, purché tu non ambisca a commutare quel ‘Morte di una nazione’ – già di per sé agghiacciante – in un più radicale e conclusivo ‘Morte del Pianeta’. Te compreso. Incrociamo le dita.




Una descrizione della situazione come sempre puntuale, centrata e lucida, compresa purtroppo la paura sempre più forte per la pericolosità del personaggio, che questo nostro pianeta fragile e miserevole non ha ancora saputo contrastare!
Come sempre eccelsa Carlotta invierò una copia a tutti gli amici.
Sono d accordo come sempre con la Wittig, ritengo però che Trump, a differenza dei due monarchi, è stato votato dai cittadini americani. Quindi in parte è l’espressione della cultura americana così lontana da quella europea, ma spesso erroneamente accumunate. Comunque la nostra intellettuale risulta sempre stimolante ed originale