Energia, il Golfo e la linea sottile dell’Italia: dentro la partita che decide crescita o frenata

sabato, 4 Aprile 2026
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C’è una verità che l’Italia continua a sfiorare senza mai dirla fino in fondo: la politica estera oggi coincide con la bolletta. La missione di Giorgia Meloni nel Golfo non è diplomatica nel senso comune del termine, è gestione di una dipendenza strutturale che, se trascurata, si trasforma in crisi economica. Questo approccio va tentato anche senza la Ue, ormai sempre più lontana a livello strategico dalla realtà geopolitica.

L’Italia importa circa il 72% dell’energia primaria che consuma. Sul petrolio la quota estera supera il 93%, sul gas si resta oltre l’85%. In questo schema, il Golfo Persico pesa per circa il 35-40% del petrolio e tra il 10% e il 15% del gas liquefatto. Non è una dipendenza totale, ma è una dipendenza critica.

Lo Stretto di Hormuz è strategico. Da lì transitano ogni giorno tra i 17 e i 19 milioni di barili, pari a circa il 20% del petrolio mondiale, e una quota che oscilla tra il 25% e il 30% del GNL globale. In termini geoeconomici è un choke point: un’interruzione anche parziale genera effetti moltiplicativi sui prezzi e sulla disponibilità.

Le simulazioni di scenario sono piuttosto chiare. Con una riduzione dei flussi del 10-12%, il Brent può stabilizzarsi tra i 125 e i 140 dollari al barile nel giro di poche settimane. In Italia questo si traduce in un aumento dei carburanti tra il +25% e il +35%, con il gasolio che può superare il +40% per via del deficit strutturale europeo di raffinazione.

L’impatto macroeconomico non è lineare. Un aumento energetico di questa portata può generare:
• un incremento dell’inflazione tra +1,8% e +2,5%
• una riduzione della produzione industriale tra -1,2% e -1,8%
• un impatto sul PIL stimato tra -1% e -2% su base annua

Sono valori coerenti con quanto già osservato, in forma attenuata, durante gli shock energetici recenti.

Il contesto geopolitico aggiunge instabilità. Le tensioni con Iran, gli attacchi alle rotte nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden e il rischio di escalation regionale aumentano il premio al rischio sui mercati energetici. Non serve un blocco totale di Hormuz: basta una percezione di rischio persistente per alterare prezzi e contratti di fornitura.

L’Italia ha avviato una strategia di diversificazione dopo la crisi russa. Oggi l’Algeria copre circa il 38-40% del gas importato, gli Stati Uniti stanno aumentando la quota di GNL e l’Azerbaigian si consolida come corridoio alternativo. Tuttavia, questa strategia riduce il rischio ma non elimina la vulnerabilità. Il Golfo resta una componente non sostituibile nel breve periodo.

Da qui si capisce il senso della presenza diretta del governo italiano nell’area. L’obiettivo non è solo garantire forniture, ma stabilizzare relazioni e contratti (allungandoli, più anni, più prezzo fisso…) in una fase di volatilità crescente. In termini geoeconomici, si tratta di assicurare continuità delle catene energetiche e ridurre l’esposizione agli shock.

Le opzioni sul tavolo sono note, ma richiedono tempi e coerenza:
• rafforzamento delle infrastrutture di rigassificazione per aumentare la flessibilità del GNL
• incremento della capacità di raffinazione, soprattutto sul diesel
• sviluppo di produzione nazionale dove tecnicamente possibile
• apertura a tecnologie come il nucleare di nuova generazione nel medio periodo

Nel breve, tuttavia, la variabile decisiva resta una: l’accesso alle forniture.

Perché la questione non è più quanto costa l’energia, ma se è disponibile quando serve. E in un sistema come quello italiano, dove industria e logistica sono ancora fortemente dipendenti dai combustibili fossili, la differenza tra continuità e interruzione si misura in crescita o recessione.

Il Golfo, in questo senso, non è un teatro lontano. È una leva diretta sull’economia nazionale. E andarci, oggi, non è una scelta strategica. È una necessità operativa, anche senza Ue.

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