Follie di Trump e caduta di Orban: Giorgia ha bisogno di un colpo d’ala…

martedì, 14 Aprile 2026
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Giorgia Meloni ha atteso la bellezza di nove ore prima di definire «inaccettabili» le parole di Donald Trump contro Leone XIV,  un attacco scomposto, demenziale, gratuito che la leader di una nazione cattolica, la nazione del Papa, avrebbe dovuto censurare subito, senza indugi. E invece ha atteso…

Comprensibile, certo, la titubanza della premier in un momento di grande caos come questo. Ma, simili incertezze, Meloni non se le potrà più permettere già dall’immediato futuro. Il punto di forza di ieri è diventato il paradosso di oggi. La vicinanza a Trump, il trattamento privilegiato riservato alla presidente del Consiglio dal tycoon presidente si sono trasformati in un vero boomerang. Meglio non parlare più del governo italiano come “ponte” tra l’amministrazione Trump e i governi europei. Lo sconsiderato  attacco israelo-americano all’Iran e gli insulti del numero uno di Washington agli alleati atlantici del vecchio continente hanno fatto precipitare la situazione. Essere accostata al numero uno di Washington è diventato letale per Giorgia e non è affatto escluso (anzi, è assai probabile) che l’impopolarità della guerra in Iran abbia pesato negativamente per il governo anche nell’esito del referendum sulla giustizia.

Meloni ha urgente bisogno di smarcarsi, non solo da Trump, ma, a questo punto, anche dall’altro “uomo nero” dell’attuale momento storico: Benjamin Netanyahu. Chiaro segnale di questo tentativo di smarcamento è l’annuncio, venuto proprio poche ore fa dalla stessa Meloni, che il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele.

Ci vuole però ben altro che un cambiamento di linea dell’ultimora per rinnovare l’immagine del governo (e della stessa Meloni) presso l’opinione pubblica nazionale. Quello che sta avvenendo degli ultimi tempi è un vero e proprio cambiamento di vento: un  mutamento di paradigma, direbbero i filosofi della politica. Di questo mutamento di clima sono sintomi chiari la caduta di Viktor Orban e l’ascesa di Peter Magyar in Ungheria. Di cosa si tratta? Del fatto che l’ondata sovranista in Europa è in riflusso. O quantomeno sono in ritirata le forme estreme della rabbia popolare contro le élite.

La destabilizzazione mondiale determinata dalla politica di Trump, la crescita europea ferma a percentuali da prefisso telefonico, l’assenza di prospettive concrete di miglioramento di vita per le fasce più disagiate della popolazione segnalano che ampi settori di opinione pubblica  sono stanchi, chiedono risultati concreti, non si accontentano più degli annunci rabbiosi, non si lasciano più sedurre dalle formule ideologiche. Tutto ciò non comporta affatto uno spostamento a sinistra. Tutt’altro. In Ungheria ha vinto un’altra destra, meno rabbiosa e più concreta di quella rappresentata da Orban.

Giorgia Meloni non ha quindi bisogno di un semplice cambiamento di linea politica, ma di un vero e proprio colpo d’ala. In vista delle elezioni del 2027, dovrà imporre un nuovo “racconto” di sé stessa e del partito che guida. Il mito dell’”underdog”, della “figlia del popolo” contro l’establishment, del leader di una destra delle periferie urbane ha perso la sua carica propulsiva.

Giorgia dovrà riaccendere una speranza. Se si limitasse solo a “correggere” il suo racconto rischierebbe di scivolare nel grigiore. Come pure diverrebbe incolore se puntasse a snocciolare le cifre dei risultati raggiunti dal suo governo, risultati che pure ci sono (soprattutto sul fronte del risanamento dei conti pubblici), a dispetto della propaganda antigovernativa dell’opposizione. Ma, sugli elettori, le percentuali e i grafici non hanno mai fatto presa.

Al dunque, Meloni non dovrà parlare di passato ma di futuro. Dovrà parlare dell’Italia prossima ventura  che in mente di costruire per completare il lavoro fin qui svolto. Non sarà facile. Ma Giorgia ha tutti le risorse politiche, comunicative e ideali per riuscirci.

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