C’è un momento, nei biopic musicali, in cui la superficie rischia di prendere il sopravvento: la tentazione dell’imitazione, del gesto riconoscibile, della nostalgia facile. Michael, diretto da Antoine Fuqua (già autore di Training Day) e sceneggiato da John Logan, evita questa trappola con una lucidità sorprendente, costruendo un racconto che attraversa l’ascesa del “Re del Pop” dalla scoperta del suo talento nei Jackson Five fino alla consacrazione come artista visionario, ossessionato dall’idea di diventare il più grande performer al mondo.
Al centro di questa operazione c’è Jaafar Jackson, e parlare di semplice somiglianza sarebbe riduttivo. La sua è una mimesi che va oltre il dato fisico: è un lavoro sul corpo, sul ritmo interno, sulla presenza scenica. Ogni movimento, ogni pausa, ogni inclinazione del capo restituisce quella qualità quasi ipnotica che rendeva Michael Jackson unico. Ma soprattutto, emerge una fragilità autentica, un cuore esposto che il film sceglie di mettere in primo piano anche nei momenti più intimi, lontani dal palcoscenico.
Fuqua costruisce un impianto visivo coerente e sorprendentemente elegante: il montaggio dinamico si intreccia con movimenti di macchina fluidi, quasi coreografici, come se la cinepresa danzasse accanto al protagonista. Il risultato è un linguaggio vibrante, moderno, capace di restituire la potenza cinetica delle performance senza mai trasformarle in semplice esercizio di stile. La musica, inevitabilmente centrale, viene trattata con rispetto e misura: non invade, ma accompagna, sostenendo il racconto umano senza sovrastarlo.
Una delle sequenze più vibranti del film è dedicata alla realizzazione del mitico video di “Thriller”. Il film ci porta sul set nel 1983, mostrandoci come Michael, folgorato dalla visione di Un lupo mannaro americano a Londra, scelse John Landis per trasformare un video musicale in un cortometraggio rivoluzionario. Fuqua mette in scena la sinergia creativa tra Jackson e Landis, sottolineando come la sceneggiatura scritta a quattro mani e il trucco leggendario degli zombie curato da Rick Baker abbiano cambiato per sempre l’industria discografica. È una parentesi che funziona sia come omaggio cinefilo sia come dichiarazione d’intenti: raccontare Michael significa anche raccontare il modo in cui ha ridefinito il linguaggio dell’immaginario collettivo.

Accanto alla dimensione artistica, il film lascia spazio a dettagli più personali, come il legame con gli animali e la figura di Bubbles, lo scimpanzé simbolo di Neverland, che diventa qui segno di un bisogno di affetto e di evasione da una realtà spesso troppo opprimente. In questo senso, l’interpretazione di Colman Domingo nei panni del padre Joe Jackson è decisiva: la sua prova restituisce con precisione la durezza, la spigolosità e il controllo quasi ossessivo di una figura genitoriale ingombrante, sempre pronta a imporsi e a decidere cosa fosse “meglio” per il figlio.
Prodotto da Graham King (Bohemian Rhapsody), Michael si muove con equilibrio su un terreno complesso. Il film sceglie infatti di non affrontare direttamente le zone d’ombra e le accuse di abusi, preferendo concentrarsi su un ritratto che tenta di bilanciare la genialità artistica con la complessità umana del suo protagonista. Una scelta che farà discutere, ma che appare coerente con l’impianto complessivo: più che un’inchiesta, qui si cerca un atto di interpretazione emotiva.
Il risultato è un biopic che riesce a essere insieme spettacolo e tributo, evitando la trappola dell’agiografia pura grazie a una regia lucida e a una performance attoriale di rara intensità. Michael non si limita a raccontare una leggenda: prova, con sorprendente delicatezza, a restituire l’uomo dietro il mito. E lo fa con una sensibilità che lascia il segno.
Michael
Regista: Antoine Fuqua
Genere: Biografico, Drammatico, Musicale
Anno: 2026
Paese: USA
Data di uscita: 22 aprile 2026
Distribuzione: Universal Pictures



