Giorgia Meloni ha dichiarato ieri di non escludere la possibilità di sfidare la Commissione Ue sulla questione di un possibile scostamento di bilancio dell’Italia rispetto ai vincoli europei.
Nel linguaggio politico, “non escludere” significa che si è disposti ad andare fino in fondo per raggiungere un obbiettivo qualora non si ottengano le risposte desiderate. Prepariamoci quindi a ballare nei prossimi giorni sulla linea tra Roma e Bruxelles. E si tratterebbe di una situazione inedita per il governo Meloni, perché la premier, in pieno accordo con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si è rigorosamente attenuta in questi anni all’ortodossia europea in materia di conti pubblici. Ma la situazione odierna è talmente compromessa da non consentirci più di svolgere con diligenza i “compiti” assegnati da Ursula von der Leyen e da Valdis Dombrovskys. Di pacche sulle spalle che non siano accompagnate da vantaggi concreti non ce ne facciamo più niente.
Le ragioni della possibile sfida con i poteri europei sono note, ma vale la pena di starle a ribadire. Tutto nasce da quel 3,1 per cento di deficit conteggiato per il 2025 che non ci consente di uscire dalla procedura di infrazione prevista per aver sforato in anni passati il vincolo del 3 per cento secco. La qualcosa ci costringerà ancora a rimanere nell’austerità, senza poter immaginare politiche espansive dopo anni di sacrifici. E tutto questo perché? Per un maledetto decimale in più di sbilancio, roba di poche centinaia di milioni in più trascritti nella colonna delle uscite. C’è o no, per questo solo fatto, da farsi venire le paturnie e da ribellarsi contro l’inflessibilità degli occhiuti ragionieri di Bruxelles?
Ma c’è di più, molto di più. Perché queste uscite aggiuntive non derivano da maggiori spese ma da una perversione contabile: sono stati conteggiati nell’anno passato oneri finanziari assunti da precedenti governi. Il governo attuale si era rigorosamente mantenuto entro limiti rigorosi di spesa, prevedendo anche di dover sborsare circa 3,3 miliardi per i Superbonus ereditati dal governo di centrosinistra presieduto da Giuseppe Conte. Invece sono arrivate fatture per la bellezza di 8,4 miliardi, una vera mazzata che ha fatto sballare i conti di ogni ragionevole previsione.
Al dunque, in vista del prossimo anno elettorale, la maggioranza si troverebbe, come si suol dire, “mazziata e gabbata”. Dovrebbe ancora mantenere stretti i cordoni della borsa (offrendo quindi un formidabile argomento propagandistico all’opposizione) per colpa proprio dell’opposizione (e delle sue sciagurate politiche finanziarie) quando questa stessa opposizione era al governo. Basterà solo dire che il governo Meloni, al suo insediamento, ereditò un deficit che sfiorava l’8 per cento e che è riuscita a riportare di fatto, in tre anni e mezzo, questo sbilancio entro il parametro europeo del 3. E tale operazione non è stata né facile né gratuita, perché ha comportato l’impossibilità di prevedere politiche di bilancio espansive. E tutto ciò dovendo anche fronteggiare un’opposizione che protestava fragorosamente per le poche risorse che il governo aveva a disposizione per il welfare e gli incentivi allo sviluppo. C’è stato – è vero – l’aiuto dei fondi del Pnrr, ma queste risorse sono servite prevalentemente a sostenere il Pil, non certo ad aumentare il livello della spesa sociale.
Insomma, Meloni può darla vinta oggi ai suoi oppositori, che hanno contribuito per primi a metterla nei guai scaricando sul governo attuale i costi delle loro, disinvolte politiche economiche del passato? No, certo che non può.
A questo punto, si potrebbe pensare che il duello sui conti pubblici che il governo si appresta ad affrontare con Bruxelles dipenda da ragioni eminentemente politiche. Invece non è così. Si dà infatti caso che sull’economia europea incomba la recessione a causa dei costi energetici che sono cominciati a lievitare dopo l’attacco israelo-americano all’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz. E si dà sempre il caso che l’Italia sia una delle prime a pagare lo scotto delle difficoltà in arrivo. Per scongiurare una simile possibilità, il governo dovrà necessariamente trovare le risorse per sostenere i settori economici e sociali maggiormente colpiti dall’aumento dei prezzi di gas e petrolio.
Di qui appunto l’idea della premier di chiedere alla Commissione Ue di non computare in bilancio le maggiori spese che il governo dovrà sostenere in campo energetico. Non sarà facile (se non addirittura impossibile) ottenere questa flessibilità nei conti, vista la rigidezza europea in materia contabile.
Ma, se Meloni ha dichiarato di «non escludere nulla», vuol dire che ha tutta l’intenzione di andare dritta per la sua strada, mettendosi nella prospettiva di battagliare, non solo con i burocrati della Commissione, ma anche con altri governi europei, compreso quello dell’“amico” Friedrich Merz, il quale ha interessi diversi dai nostri perché la Germania dispone di margini di bilancio che l’Italia si sogna.
Sarà interessante vedere che cosa potrà accadere nei prossimi mesi nei rapporti tra il nostro governo e i partner Ue. Ma sarà soprattutto interessante vedere quale atteggiamento assumerà l’opposizione nel caso di un braccio di ferro tra Roma e Bruxelles. Interessante e, nel caso, divertente. Che potranno mai inventarsi, Elly Schlein e Giuseppe Conte, per attaccare un governo che sta difendendo gli interessi nazionali? Non vediamo l’ora di assistere a un simile spettacolo…



