Erano pronti a gridare al fascista, al governo Meloni come mandante di fatto dell’attentato alle due persone iscritte all’Anpi (rimaste ferite), ovviamente per “il clima d’odio propalato” dal governo. Come in uno stucchevole film a puntate, era già pronta ai bordi di partenza tutta la solita grancassa mediatica per demonizzare il militante o il sicuro simpatizzante di estrema destra, figlio di un passato che Fdi non riuscirebbe a cancellare. Operazione preparata ad arte tanto per ridimensionare le polemiche e le divisioni evidenti in seno alla sinistra che, tra l’altro, si ripetono ogni 25 aprile (cortei separati, contrapposti, incompatibili, intolleranze varie).
Invece, la realtà è stata più forte di ogni tentativo di manipolazione e strumentalizzazione.
L’attentatore non solo non è un fascista, ma un giovane appartenente alla Brigata Ebraica (che, dal canto suo, ha subito smentito l’iscrizione).
E, nonostante il fallimento dei disegni ideologici pensati a tavolino, il modo per colpire i “nuovi mostri” e giustificare la cacciata della Brigata Ebraica dal corteo principale per la Liberazione, c’è stato comunque: il giovane sarebbe la vittima di una campagna di fanatismo sionista che Israele rappresenta ormai oggettivamente.
Ma tant’è.
Se riannodiamo i fili a partire da sabato, dobbiamo sottolineare che abbiamo assistito alla reiterazione fisica (le piazze) di un vulnus storico della sinistra.
Cerchiamo di dare un senso, dove senso non c’è, perché quando al potere c’è un esecutivo di destra, il 25 aprile, il 1maggio, il 2 giugno, diventano occasioni per tanti “processi di Norimberga” mirati a vanificare le scelte elettorali del popolo-sovrano. Un autentico stillicidio attraverso ricatti, voti e domande retoriche sul tasso di antifascismo da valutare e giudicare.
Innanzitutto, se la storia non è “ideologia della storia”, diciamo che il 25 aprile come festa nazionale fu decisa dal luogotenente-capo di Stato Umberto di Savoia, su proposta del cattolico Alcide De Gasperi, allora capo del governo.
E in quanto alla Resistenza, non fu e non è mai stata un fenomeno unitario né omogeneo: contribuirono alla lotta di liberazione, in primis militarmente gli anglo-americani poi, le variegate componenti partigiane: monarchici, cattolici, liberali, autonomi, socialisti, azionisti e comunisti.
I comunisti si sacrificarono in una drammatica guerra civile ma – va ammesso – hanno combattuto per la libertà “dal” fascismo, non “per” la libertà. Credevano in buona fede all’eden stalinista, che non era propriamente un sistema liberale. E non hanno combattuto nemmeno principalmente per l’indipendenza nazionale, visto che hanno ceduto nel Nord-Est lembi della nostra sovranità a Tito.
I Gap pensavano unicamente a consolidare il loro primato anche a costo di trucidare partigiani non comunisti, come avvenuto nella malga di Porzus (eccidio attribuito per decenni ai repubblichini).
Un disegno togliattiano su due livelli: da un lato, l’egemonia dentro il governo del Regno del Sud. Fu il Pci a ordinare la partecipazione dei socialisti e degli altri, liberali compresi, agli esecutivi del luogotenente Umberto (governi Bonomi, Parri e poi De Gasperi), allo scopo di costruire gradualmente dall’interno delle istituzioni la Repubblica. E dall’altro lato, l’egemonia sul campo di battaglia a discapito, come detto, delle altre componenti del Cln.
Da ieri a oggi. Le piazze dell’ultimo 25 aprile hanno confermato lo scenario. I Pro-Pal, gli estremisti di sinistra (Avs, Potere al Popolo) e i centri sociali sono i nipotini dei gappisti (fascisti rossi, antifascisti antidemocratici, giacobini); e la Brigata ebraica, i forzisti pure loro allontanati dai cortei, e i manifestanti con le bandiere dell’Ucraina e dell’Iran, i nipotini dei partigiani non comunisti.
Ci dispiace, ma di fronte a tanta miseria umana e politica, il discorso di Onna di Silvio Berlusconi, resta un messaggio irraggiungibile.
