La discussione in Parlamento sul Documento di finanza pubblica di sviluppa sul filo di una disquisizione di carattere linguistico: “sospensione” del Patto di stabilità o “scostamento” di bilancio per far fronte al caro energia? Dopo una lunga trattativa con i tecnici del Mef, nel testo che sarà approvato da Camera e Senato il centrodestra ha fatto inserire il riferimento esplicito alla possibilità di «attivare clausole di salvaguardia avviando nello stesso tempo interlocuzioni all’Unione europea volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione». Insomma, c’è la volontà di chiedere una sospensione del Patto di stabilità per tutti i paesi dell’Ue o in alternative la possibilità di “deviare” dal percorso della spesa netta concordata con la Commissione, per far fronte al caro energia, come già è possibile per gli investimenti sulla difesa.
Il ministro dell’Economia Giorgetti, nel bel mezzo della scena, dice la sua con il solito sano realismo: «Sullo scostamento decide il Parlamento». Sulla flessibilità, spiega che si possono «usare gli strumenti previsti dalla governance europea” tra cui rientrano anche “gli articoli 25 e 26». Ha poi continuato: «Bisogna capire i dati oggettivi del paese e non per scaricare su altri, come il fatto che si sia rinunciato al nucleare o l’alto debito. Chi ignora questo dato ignora la realtà. Un paese indebitato non è totalmente libero, dato che non si può ignorare o la sostenibilità del debito diventerà un vero, grosso problema».
Nella replica alla Camera ha poi ripetuto: «E’ molto difficile sostenere la clausola che prevede di non considerare le spese per la difesa ed escluda interventi a favore di famiglie e imprese per i rincari dell’energia, vedo qui un’incongruenza logica che ribadiremo e continueremo a ribadire, per questo motivo con grande serietà e determinazione di fronte agli scenari riportati nel Dfp, che possono essere anche severamente avversi, noi dobbiamo avere questa posizione e auspico che il Parlamento dia mandato al governo per portare nelle sedi competenti questa posizione e risolvere problemi della nostra economia e del popolo italiano».
Ma come potrebbe essere attivato lo scostamento unilaterale per situazioni eccezionali? Nell’audizione di martedì sera alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, Giorgetti ha messo in fila le questioni reali che intende tornare a discutere a Bruxelles, quando ha spiegato che il Governo italiano «auspica l’attivazione dell’articolo 25» del regolamento Ue sulla nuova governance economica e «non esclude l’applicazione dell’articolo 26». L’Italia preme per la sospensione generalizzata del Patto, ma dal momento che a Bruxelles l’ipotesi non prende piede, Roma non esclude di chiedere l’attivazione della clausola nazionale, motivata dalle «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» con «rilevanti ripercussioni sulle sue finanze pubbliche», come recita la disciplina Ue. Lo scostamento, prima di tutto, non sarebbe dagli obiettivi di deficit, come accadeva nel passato recente, ma dalla traiettoria di spesa primaria netta. L’Italia chiederebbe quindi di poter aumentare la spesa pubblica, calcolata al netto di interessi, entrate discrezionali, fondi Ue, cofinanziamenti nazionali e sussidi ciclici alla disoccupazione, più di quanto concordato con Bruxelles nel Piano strutturale di bilancio di fine 2024. Il percorso che porterebbe a questo risultato ha bisogno di due autorizzazioni. Quella del Parlamento italiano, richiesta dalla legge 243/2012 attuativa dell’articolo 81 della Costituzione, e quella del Consiglio dell’Unione europea, cioè dei Governi degli altri Stati membri, sulla base di una raccomandazione della Commissione. All’atto pratico, però, prima di chiedere il via libera interno il Governo vuole negoziare quello sostanziale europeo.
Una volta ottenuto il doppio via libera, l’aumento di spesa sarebbe comunque soggetto a una serie di limiti precisi. Perché, spiega sempre il regolamento Ue, la deviazione dal percorso di spesa netta può essere messa in atto «a condizione che non comprometta la sostenibilità di bilancio nel medio termine». L’orizzonte è quello del Piano strutturale di bilancio, sul tavolo ci sarebbe quindi una deviazione temporanea, annuale ed eventualmente rinnovabile se le circostanze rimanessero eccezionali, tale da riportare comunque la crescita complessiva della spesa, e quindi il percorso del deficit che incide sul debito, nei traguardi decisi a suo tempo. I calcoli sono particolarmente delicati per l’Italia, che già oggi nel quadro tendenziale, quindi in assenza di nuove misure, prevede di sforare nel 2027 il tetto per circa 3,2 miliardi e di dover quindi adottare in manovra «le misure necessarie a ricondurre l’andamento della spesa netta entro il tasso di crescita programmato» (pagina 97 del Dfp 2026). L’altro limite, ancora più stringente di quelli posti dall’intreccio delle regole Ue, è quello implicito posto dai mercati, che devono continuare a prestare i soldi «per pagare stipendi e pensioni» come sottolineato da Giorgetti senza giri di parole.
