Primo Maggio con scontri a Torino. La città ostaggio dei violenti: ecco di chi è colpa

venerdì, 1 Maggio 2026
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Primo Maggio col botto a Torino. La città della Mole è di nuovo teatro di scontri di piazza. Il corteo per la Festa dei Lavoratori è degenerato nel solito, triste rituale delle violenze dei manifestanti e del tentativo delle forze dell’ordine di contenerli  con cariche e lacrimogeni. È duro dover constatare che la prima (storicamente parlando) capitale d’Italia è oggi diventata la “capitale” dei facinorosi, dei teppisti di piazza e degli estremisti più violenti.

Ma veniamo alla cronaca. La tensione è salita quando, poco dopo le 12.00, una colonna di “guerriglieri urbani” si è separata dalla manifestazione principale e ha raggiunto corso Regina Margherita nei pressi dell’ex Askatasuna. L’area era presidiata dalle forze di polizia e sono subito cominciati gli scontri. Gli estremisti hanno cercato di sfondare il cordone di forze dell’ordine e la polizia ha risposto, prima con gli idranti, e poi con il lancio di lacrimogeni cui sono seguite due cariche.

In mattinata, circa quindicimila persone avevano sfilato in città nel corteo promosso da Cgil, Cisl e Uil, partito da corso Cairoli e concluso in piazza Castello. Tra i temi della manifestazione le rivendicazioni sul lavoro dignitoso, la precarietà e le trasformazioni del mondo produttivo, con particolare attenzione anche all’impatto dell’intelligenza artificiale. La giornata, fin dalle prime ore, era però stata caratterizzata da un livello elevato di attenzione sul fronte della sicurezza per la presenza annunciata di iniziative autonome fuori dal percorso ufficiale.

Non è la prima volta che Torino è teatro di scontri tra le frange più violente dell’”antagonismo” e le forze dell’ordine. Anzi diciamo che ormai il capoluogo piemontese è diventato una sorta di ostaggio dei facinorosi. Nel dicembre scorso gli incidenti furono violentissimi e un poliziotto rischiò di essere linciato dagli estremisti di sinistra. Divenne virale il video che mostrava i teppisti prendere a martellate l’agente. E solo il coraggioso intervento di un suo collega scongiurò il peggio.

Perché accade? Perché proprio Torino? Attenzione, non è che anche in altre città italiane, come Roma o Milano, non ci siano pericolosi serbatoi di violenza politica. Però è un fatto che il capoluogo piemontese sia da anni un po’ l’epicentro della guerriglia urbana in Italia.

Le cause sono diverse. Innanzi tutto c’è il fatto che in questa città agiscono da molti anni gruppi anarco-insurrezionalisti particolarmente organizzati e violenti. Il centro sociale Askatasuna è stato a lungo il portabandiera degli estremisti più furiosi e aggressivi.

Ma questa, chiamiamola così, “tradizione” non basta da sola a spiegare la degenerazione odierna. Molto ha inciso anche la tolleranza che ha sempre circondato il mondo del fanatismo antagonista. La borghesia torinese, buona parte della sinistra locale e, naturalmente, gli ambienti dell’intellighenzia e del giornalismo di quella città hanno sempre chiuso un occhio sulle violenze degli estremisti di sinistra sotto la Mole, quasi fossero solo dei ragazzacci maleducati e non dei potenziali eversori dell’ordine democratico. A tutto questo dobbiamo anche aggiungere la recente, tolleranza riservata, a livello nazionale, dalla sinistra (e dai media che la fiancheggiano) ai violenti di piazza. Blande e di mera circostanza si sono ad esempio rivelate le condanne per gli scontri del dicembre scorso. La stampa di sinistra (a partire da certi giornalisti televisivi) hanno minimizzato i gravi episodi avvenuti in piazza, insinuando il sospetto che, sotto sotto, sia stata tutta colpa della polizia.

La verità, amara, è che i “guerriglieri urbani” fanno in fondo comodo all’opposizione più radicale. E ciò al fine di tenere sotto pressione il governo. Né dobbiamo dimenticare le parole incendiarie di Maurizio Landini quando, tempo fa, incitò alla «rivolta sociale».

In questo clima non c’è da stupirsi se i violenti si sentano autorizzati a colpire. Sanno infatti che, dopo ogni loro malefatta, arrivano sempre, a proteggerli, i soliti noti della politica e della stampa.

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