Addio a Evaristo Beccalossi, il romantico e imperfetto maestro del dribbling. L’Inter: «Uno di noi»

mercoledì, 6 Maggio 2026
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Evaristo

È morto Evaristo Beccalossi, storica bandiera dell’Inter, giocatore di talento cristallino e rappresentante del calcio romantico di una volta. Fu genio e sregolatezza, si distinse per gol di grandissimo pregio e talvolta per qualche erroraccio sotto porta. In fondo era anche l’epoca degli “sciagurati” Egidio Calloni del Milan e Giorgio Braglia del Napoli, autori di reti impossibili ed errori marchiani. Chi non lo ha vissuto può solo apprezzarne i numeri: 215 presenze e 37 gol con l’Inter. Chi lo ha visto in campo, invece, conserva nella memoria le giocate di classe, che gli valsero il soprannome di “Dribblossi”, coniato da Gianni Brera.

Ha fatto giusto in tempo a vivere il 21esimo scudetto dell’Inter. E’ scomparso nella notte a Brescia a pochi giorni dal suo 70esimo compleanno. Le sue condizioni di salute erano peggiorate da quando, nel gennaio 2025, era stato colpito da un’emorragia cerebrale che lo aveva costretto anche al coma per 47 giorni. Bandiera dell’Inter, il club nerazzurro lo acquistò al termine della stagione 1977-78 dopo una lunga trafila al Brescia, dove mosse i primi passi e venne segnalato a Sandro Mazzola. Con la maglia interista divenne campione d’Italia nella stagione 1979-1980 (con tanto di doppietta nel derby d’andata) e giunse fino alle semifinali di Coppa dei Campioni 1980-1981, alzando inoltre una Coppa Italia (1981-1982). Il classico “genio e sregolatezza”, appunto, come dimostrano anche i due rigori sbagliati nei sedicesimi di Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava nel settembre 1982.

In proposito, La Gazzetta dello Sport riporta il monologo del comico Paolo Rossi, tifosissimo tifoso nerazzurro: “Becca disse, ‘lo tiro io…’ e io pensai con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri. Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo. Ma quando sette minuti dopo, e chi ha visto quella partita sa che non mento, ridiedero un calcio di rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: ‘No ! Put… Eva…’. ‘Lo tiro io!’ E mise la palla sul dischetto del calcio di rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò! E io pensai: per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo”.

Alla Sampdoria vinse un’altra Coppa Italia, primo trofeo della storia blucerchiata. Un curriculum di tutto rispetto che però proseguì tra B e A con le esperienze tra Monza, Barletta, Pordenone e Breno, dove appese le scarpe al chiodo con lo status da dilettante. Complicato il rapporto con la Nazionale. Tra il 1976 al 1980 disputò 3 partite con l’Under 21 e al suo attivo ci furono anche 4 presenze e una rete nell’Italia Olimpica. Nessuna apparizione nella selezione maggiore. Mario Corso, del quale Beccalossi è sempre stato indicato come erede, lo sponsorizzò per i Mondiali del 1982: «I giocatori di classe li apprezzo sempre e lui di classe ne ha da vendere». La maglia azzurra rimase però un obiettivo mai raggiunto. Dopo il ritiro, preferì la carriera da dirigente a quella di allenatore. Nel biennio 2017-2018 fu capo delegazione della nazionale U20, svolgendo per un certo periodo lo stesso ruolo anche per l’U19. Poi l’emorragia cerebrale, il coma, le dimissioni nel maggio di un anno fa e il ritiro a vita privata fino alla sua scomparsa nella notte.

Un dolore nel cuore di un’Inter appena laureatasi campione d’Italia. «Ci sembra impossibile, il cordoglio della società nerazzurra, nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone».

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