Meloni contro l’austerità Ue, sfida disperata. Ma Giorgia ha un’arma (letale)

martedì, 19 Maggio 2026
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Giorgia Meloni ha inviato una lettera a Ursula von der Leyen per chiedere che la clausola di sospensione del patto di stabilità prevista per le maggiori spese della difesa venga estesa anche alle maggiori spese per l’energia. È una battaglia dura, anzi durissima, praticamente disperata. Ma la posta in gioco è troppo alta per rinunciarvi. E vale la pena sfidare sia l’ira dei “frugali” del Nord sia il nervosismo dei mercati.

«Non c’è alternativa alla vittoria», disse il generale Douglas MacArthur nella sfida politica da lui ingaggiata con il presidente Harry Truman durante la guerra di Corea. Qualcosa del genere se la staranno ripetendo in questi giorni nelle stanze di Palazzo Chigi e del ministero dell’Economia in via XX Settembre. L’Italia non può arrivare alla fine dell’anno senza fare qualcosa per tamponare l’aumento dei costi energetici provocato dalla guerra in Iran. È inutile imprecare contro Donald Trump. La priorità è oggi aiutare gli autotrasportatori in difficoltà per l’aumento del prezzo del gasolio. Tante piccole aziende rischiano di chiudere. Una moria di imprese che si potrà accompagnare all’aumento generalizzato del caro vita, una possibilità semplicemente catastrofica in un periodo di bassa crescita e di salari al palo. La priorità è anche aiutare le famiglie a fronteggiare l’aumento delle bollette del gas e della luce.

Alle difficoltà economiche si aggiungono anche quelle politiche. Perché siamo all’ultimo giro prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento. E andarci con un Paese che annega tra inflazione e caro energia sarebbe rovinoso, non solo per il governo Meloni, ma anche per l’Italia. Al quasi certo incanaglimento della campagna elettorale si aggiungerebbe il rischio che finisca pari e patta tra gli schieramenti, con la possibilità (ventilata da tempo) che si torni, nella prossima legislatura, alle larghe intese o, peggio ancora, ai governi tecnici. Se andasse così, ci ritroveremmo tutti come al gioco dell’oca: tanta agitazione per poi retrocedere, dopo anni, al punto da cui eravamo partititi e in cui speravamo di non tornare più.

Occorre allora prevedere più soldi in bilancio per tenere basse le accise sui carburanti e le bollette dell’energia. È stato calcolato che servirebbero, all’incirca, dai 4,5 ai 9 miliardi (dipenderà da come andrà il mercato). Una bazzecola, se vogliamo, rispetto ai grandi numeri dell’economia nazionale, qualcosa che dovrebbe corrispondere all’1,5 per cento del pil.

Ma si tratta di numeri maledettamente pesanti, perché, anche la minima richiesta di deroga al patto di stabilità, si scontra con l’ostilità dei rigoristi europei. A quanto ne sappiamo, Ursula sarebbe anche disposta ad aiutare Giorgia. Il problema è Friedrich Merz, che guida un Paese, la Germania, che è la “patria” dell’austerità europea. Per il cancelliere tedesco non si tratta tanto di rigidità ideologica (come ai tempi di Angela Merkel), quanto di grandi pressioni che gli possono arrivare dal gotha finanziario tedesco e dai mass media, un sistema che cavalca i tradizionali pregiudizi dell’opinione pubblica contro i Paesi “spendaccioni” dell’Europa del Sud, con in testa l’Italia. Una visione del tutto deformata della realtà, perché sono decenni che stringiamo per primi la cinghia. Ma tant’è, le difficoltà di Merz sono anche e soprattutto politiche. Perché Afd, il partito in crescita che rischia di far saltare gli equilibri tedeschi, è una delle forze che basano il loro consenso proprio sull’”egoismo” finanziario tedesco.

Insomma, la partita non è tanto economica quanto politica. Ed è proprio questo che crea i maggiori ostacoli alla richiesta italiana di flessibilità.

Meloni non può però fermarsi davanti a queste difficoltà. Deve trovare un’arma di pressione sufficientemente temibile per produrre una breccia nella muraglia del rigore germanico. E quest’arma sembra averla trovata: la minaccia di non utilizzare i 14 miliardi e passa di flessibilità previsti da Bruxelles (e decisi nei vertici europei) per l’ammodernamento dell’arsenale militare (il programma Safe). Questa minaccia è contenuta in una “frasetta” ad alto potenziale che compare nella lettera della premier italiana alla presidente della Commissione Ue: «Non possiamo giustificare agli occhi dei nostri cittadini che l’Ue consente flessibilità finanziaria per sicurezza e difesa strettamente intese e non per difendere famiglie, lavoratori e imprese da una nuova emergenza energetica che rischia di colpire duramente l’economia reale».

Al di là delle necessità imposte dal braccio di ferro politico con l’Europa, la premier italiana ha ragioni da vendere. Se il nostro governo si dovesse attenere, in tutto e per tutto, all’ortodossia europea, nel nostro Paese sarebbe il putiferio: alla probabile recessione economica, si aggiungerebbero pesanti tensioni sociali. Vale allora la pena, se necessario, di andare fino in fondo in questa sfida.

L’uscita, di fatto, dell’Italia dal programma di riarmo europeo rappresenterebbe un qualcosa di letale per gli equilibri continentali perché, ancorché in difficoltà, parliamo di uno dei big dell’Unione, con una massa critica tutt’altro che disprezzabile. Le conseguenze, al momento, non sono valutabili, ma sarebbero comunque pesanti. Pesanti sarebbero naturalmente anche le reazioni che dovremmo aspettarci dall’Europa. Ma, al punto in cui è, l’Italia non può continuare a pagare il prezzo dell’assurdità delle regole di bilancio Ue.

Il generale MacArthur perse la sua sfida con Truman perché il presidente lo dimissionò da capo delle forze americane in Corea. Nessuno può però dimissionare l’Italia dall’Europa. E questo Giorgia Meloni lo sa bene.

 

 

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