Amministrative, De Luca si riprende Salerno: storia di un infinito “animale” della politica

martedì, 26 Maggio 2026
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De Luca

Anche gli sceriffi si commuovono. Vincenzo De Luca, 77 anni, animale politico come non ce ne sono più, varca per la quinta volta il soglio del Palazzo comunale di Salerno e ringrazia i concittadini. Quasi gli scende una lacrima: «Ringrazio di cuore per un voto importante, che conferma, ancora una volta, la solidarietà, il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre concesso. È un voto che mi riempie d’orgoglio e mi emoziona, per il quale esprimo la mia più profonda gratitudine. Da domani saremo al lavoro per la nostra comunità, in maniera concreta, senza respiro». Lo aspetta, come ama ripetere con un tono di calcolato lirismo, «un impegno immane». Perché Salerno, da quel che emerge dal programma di governo, è destinata a diventare il nuovo Principato di Monaco d’Italia, ma soprattutto a competere, di nuovo, con il napolicentrismo.

Lo “sceriffo” ha vinto con circa il 60 per cento delle preferenze, al di sotto delle percentuali bulgare alle quali è abituato, ma è anche vero che gli altri candidati sono rimasti a distanza siderale. Poco male, perché il deluchismo vivrà ancora per molti anni. «Se possibile, in eterno», si divertiva a minacciare i detrattori nel suo consueto intervento del venerdì pomeriggio a reti unificate quando era presidente della Regione Campania.

Provocatore, spavaldo, sprezzante fino all’insulto, è dotato di un’ironia non comune. All’ambasciatore sudcoreano ricevuto in Regione, che chiedeva conto del sit-in di protesta di un folto gruppo disoccupati, De Luca spiegò: «Si tratta di una tipica manifestazione popolare napoletana».

Ma è anche un amministratore tra i più capaci d’Italia per formazione personale e per esperienza.

Il suo esordio risale al 1993 quando divenne primo cittadino dopo le dimissioni di quello in carica, coinvolto nell’inchiesta Tangentopoli. Pochi mesi dopo, nelle prime amministrative a elezione diretta, vinse al secondo turno. Nel 1997 tentò il bis sbarazzandosi dei partiti tradizionali, compreso i Ds, e ottenne un plebiscito con oltre il 70% delle preferenze. Lasciò cinque anni dopo, a causa del limite dei due mandati consecutivi per i sindaci e venne eletto deputato per due volte, fino al 2006, quando tornò a Salerno per riprendersela. Ancora una vittoria, ma al ballottaggio.

Vive letteralmente in simbiosi con la sua città, che lo segue ammirata così come fa un girasole che rincorre la luce del giorno. “Don Vicienz”, insomma, rimane sempre al centro di tutto con le sue contraddizioni e i suoi punti di forza, con i suoi voti controllati quasi militarmente. E con qualche scivolone di troppo, perché sbagliare è umano anche per lui. Come il famigerato Crescent che lui voluto a tutti i costi, un palazzone semicircolare che domina la nuova piazza della Libertà affacciata sul mare, ma con appartamenti e decine di fondi commerciali rimasti desolatamente sfitti.

Militante del Pci dai tempi che furono, nemico giurato dell’ex governatore Antonio Bassolino, è iscritto al Partito Democratico, ma anche no. Nel senso che va per la sua strada senza farsi condizionare dai bizantinismi di un partito grande, ma spesso inconsistente. E non si fa schermo di dirlo: «Nel Pd per fare carriera bisogna essere delle nullità…».

Lo “sceriffo” è uno dei pochi sopravvissuti della prima Repubblica. Quando nel ’93 vinse per la prima volta, c’erano ancora il pentapartito scricchiolante, Tangentopoli e Berlusconi non era ancora sceso in campo. Da allora ha attraversato tutte le fasi: l’Ulivo, il Pd, Renzi, Conte, Schlein, il Covid, argomentando con una citazione coltissima e un insulto all’avversario: «Quando sento alcuni esponenti politici raccontare palle, mi viene l’orticaria, soprattutto uno di Milano, non lo nomino perché porta “seccia” (sfortuna)».

Dopo l’uscita di scena da governatore, ha messo subito in piedi la sua lista personale, “A testa alta”, presente alle amministrative in molti comuni, tenendo lontano dalla singolar tenzone il figlio Piero, segretario regionale del Pd: fantastico. E pure a Salerno si è guardato bene dal chiedere il simbolo del partito, perché non ne aveva bisogno.

La sua fama nazionale esplose quando si candidò a presidente della Regione Campania. Nel 2010 sfidò Stefano Caldoro, candidato del centrodestra, e per la prima volta bevve al calice amaro della sconfitta. Era l’epoca in cui la coalizione di Silvio Berluocni era imbattibile. Si ritirò nella sua amata Salerno dove indossò di nuovo la fascia di primo cittadino. Nel 2015 vinse le primarie del centrosinistra e sfidò di nuovo Caldoro, stavolta vincendo. Dieci anni da governatore a Palazzo Santa Lucia, dove acquisì il massimo della popolarità con l’arrivo della pandemia durante la quale minacciò di mandare i carabinieri con i lanciafiamme a coloro che avessero osato infrangere le regole del distanziamento fisico. Le Regionali del 2020 infatti lo videro trionfare con il 70 per cento dei consensi. La sua gestione si ricorda l’uscita della Campania dal commissariamento alla Sanità. Nel 2025 alla scadenza del secondo mandato da presidente di Regione, tentò il braccio di ferro contro il governo per ricandidarsi. Una vicenda che si risolse negativamente: il centrosinistra puntò sull’esponente del Movimento 5 Stelle Roberto Fico. Dopo critiche molto aspre rivolte ai vertici del suo, diede il suo assenso dopo che il figlio deputato Piero venne indicato segretario regionale dei dem e che, però, almeno formalmente, non ha sostenuto la sua quinta candidatura a Salerno. Nessun problema come detto: “Don Vicienz” ha fatto da tutto solo”, come sempre.

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