Il cinema di Wim Wenders filtra la realtà attraverso il suo sguardo nomade, per restituirla bagnata di nuova luce, più densa e meno sfuggente. Ora, grazie a CG Entertainment, possiamo tornare a riscoprirlo nel buio della sala cinematografica. Dal 22 giugno, cinque opere restaurate del regista tedesco tornano nelle sale italiane: Alice nelle città, L’amico americano, Lisbon Story, The Million Dollar Hotel e Non bussare alla mia porta.
Ogni suo film possiede un sapore preciso. Alice nelle città sa di Polaroid e Chuck Berry, L’amico americano di Patricia Highsmith e sigarette fumate troppo lentamente, Lisbon Story di fado e pellicola dimenticata, The Million Dollar Hotel di notti losangeline e anime fuori asse, Non bussare alla mia porta di polvere del West e motel illuminati nel buio. Guardarli oggi in sala significa riscoprire quanto il cinema possa ancora essere un’esperienza fisica, quasi tattile.
Alice nelle città: il viaggio come stato mentale
In Alice nelle città (1974) Philip Winter, giornalista tedesco incapace di scrivere il reportage che dovrebbe consegnare, vaga per l’America fotografando paesaggi con una Polaroid nella speranza che le immagini riescano a dire ciò che le parole non trovano. Poi incontra Alice, nove anni, una valigia e una nonna in Germania di cui ricorda appena il volto. È l’inizio di un road movie che non cerca mete ma domande. Wenders comprende fin da subito una verità che molti registi inseguono invano: le immagini non servono a spiegare, ma a evocare. La fotografia in bianco e nero di Robby Müller trasforma stazioni, strade e diner in superfici vive, quasi toccabili. Anche il cameo dello stesso Wenders, accanto a un jukebox in un caffè del South Carolina, sembra racchiudere il senso del suo cinema: un autore che entra nei propri film come un viaggiatore di passaggio, senza imporsi mai davvero.
L’amico americano: Hopper, Highsmith e la malinconia del noir
Con L’amico americano (1977), tratto da Ripley’s Game di Patricia Highsmith, Wenders prende il noir e lo trasforma in un racconto sull’amicizia impossibile. Dennis Hopper è Tom Ripley: ambiguo, affascinante, americano fino al midollo nella sua instabilità permanente. Bruno Ganz interpreta Jonathan Zimmermann, corniciaio malato e moralmente integro che finirà lentamente risucchiato dentro un gioco più grande di lui. Il centro del film non è il crimine, ma il legame inatteso tra due uomini perduti. Wenders guarda l’America da europeo innamorato, e forse proprio per questo riesce a coglierne con tanta precisione il lato più fragile e contraddittorio. Il cameo di Nicholas Ray, Samuel Fuller e Jean Eustache funzionano come un gesto di gratitudine verso il cinema classico americano. Non un’esibizione cinefila, ma una festa tra maestri. Presentato a Cannes nel 1977 senza ottenere premi, il film resta ancora oggi uno dei noir più stranianti, malinconici e umani degli anni Settanta.
Lisbon Story: filmare ciò che sfugge
Nel 1994 Lisbona era Capitale Europea della Cultura. Wenders venne invitato a girare un documentario sulla città e realizzò invece Lisbon Story, uno dei suoi lavori più poetici e riflessivi. Rüdiger Vogler torna nei panni di Philip Winter, questa volta fonico chiamato a collaborare con un regista misteriosamente scomparso. Quando finalmente lo ritrova, scopre un uomo che ha smesso di “guardare” volontariamente il mondo: gira immagini con una cinepresa legata alla schiena, cercando una purezza visiva priva di intenzione. In altre mani sarebbe diventata una provocazione intellettuale. Wenders la trasforma in una meditazione sulla memoria, sul cinema e sull’impossibilità di catturare davvero la realtà. La colonna sonora dei Madredeus accompagna il film come un respiro malinconico: il fado qui non è semplice musica, ma una forma di percezione.
The Million Dollar Hotel: anime sospese a Los Angeles
L’idea nacque da Bono degli U2 nel 1987 e impiegò tredici anni per diventare film. The Million Dollar Hotel (2000) è forse una delle opere più divisive di Wenders, ma anche una delle più sincere. In un albergo decadente di Los Angeles convivono emarginati, sognatori e relitti umani. Quando uno degli ospiti muore, l’arrivo di un agente dell’FBI interpretato da Mel Gibson rompe l’equilibrio precario della comunità. Jeremy Davies offre una performance straordinaria, mentre Milla Jovovich attraversa il film come una presenza fragile e selvaggia. Gibson definì il film “noioso” durante una conferenza stampa a Sydney, salvo poi scusarsi pubblicamente. Eppure quella lentezza è precisamente il punto: Wenders non accelera mai per compiacere lo spettatore. Pretende tempo, attenzione, disponibilità emotiva. In cambio restituisce umanità.
Non bussare alla mia porta: il West come fantasma
Vent’anni dopo Paris, Texas, Wenders ritrova Sam Shepard in Non bussare alla mia porta (2005). Shepard non è soltanto protagonista e sceneggiatore: è una presenza che sembra incarnare da sola tutto il mito stanco del West americano.
Howard Spence è un vecchio attore di western che abbandona improvvisamente il set e parte alla ricerca di una donna amata decenni prima. Scoprirà un figlio mai conosciuto e, insieme, il peso delle vite lasciate incompiute. La fotografia di Franz Lustig, ispirata ai dipinti di Edward Hopper, costruisce paesaggi fatti di stazioni di servizio deserte, motel isolati e ombre lunghissime. Come Hopper, Wenders osserva la solitudine americana senza giudicarla né romanticizzarla. La contempla soltanto.
Perché vedere Wenders in sala oggi
La domanda ritorna ciclicamente: ha ancora senso andare al cinema? I film di Wenders offrono una risposta semplice e concreta. Le sue immagini hanno bisogno dello spazio della sala per respirare davvero. Il bianco e nero di Robby Müller, le strade americane, i silenzi, i jukebox, i volti persi nel vuoto: tutto acquista un’altra densità sul grande schermo.
Wenders resta uno dei grandi autori europei impossibili da ridurre a formula. I suoi film non raccontano soltanto personaggi in viaggio: trasformano il viaggio in uno stato dell’anima. Le stazioni di servizio non sono mai solo stazioni di servizio, le Polaroid non sono mai soltanto fotografie, le strade non portano semplicemente da un luogo all’altro. Ogni elemento concreto diventa simbolo senza smettere di essere reale.
Con questa rassegna rappresenta una traiettoria emotiva lunga trent’anni, che permette di osservare come il cinema di Wenders sia invecchiato non come un oggetto da museo, ma come invecchiano le cose vive — accumulando rughe, domande e profondità. In viaggio con Wim Wenders comincia il 22 giugno. Conviene arrivarci preparati: con un maglione per l’aria fredda delle sale e abbastanza inquietudine da condividere con i suoi personaggi erranti.
Vittorio Zenardi
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