2 giugno. Festa della Repubblica, la maledizione del 1946. Leggere per credere

lunedì, 1 Giugno 2026
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Due giugno. Festa della Repubblica, festa di tutti gli italiani. Ma è così? Almeno evitateci la retorica e l’ipocrisia. La retorica storica (anzi, “l’ideologia della storia”, di cui possiamo fare a meno, non ne possiamo più), e l’ipocrisia politica che ci ha stancati, producendo solo un effetto-overdose.

Non è retorica tutta la narrazione idolatrica repubblicana, come se gli italiani nel 1946 avessero scelto la libertà, la democrazia, in modo trasparente, schietto e lineare? E dall’altra parte, c’era solo e ci sarebbero stati ancora il medioevo, il fascismo, la dittatura?
Domanda: se ci fosse stato re Umberto II, la ricostruzione, pagata dal piano Marshall (i cui debiti abbiamo finito di restituire solo pochi anni fa), gli Usa l’avrebbero bloccata? Oppure gli americani, preparandosi già alla futura guerra fredda, già immaginavano un Occidente e un’Italia “a sovranità limitata” e quindi, la Corona, in quanto simbolo di indipendenza nazionale, sarebbe stata un pericolo per la loro geopolitica e geo-economia?
E ancora: non è retorica la celebrazione dei “volti della Repubblica”, organizzata dal Quirinale, amplificatori fisici di tutti i luoghi comuni filo-repubblicani?
E poi, l’ipocrisia: tante parole vuote, dimenticando che il sistema istituzionale sta crollando, non c’è più un punto di riferimento stabile per l’opinione pubblica, il tasso di fiducia è un ricordo morto e un italiano su due non vota, delegittimando anche il quadro politico e l’offerta di una classe dirigente mediocre e irrecuperabile.

Peccato, e lo dico da sostenitore culturale della monarchia e da ufficiale della Repubblica. Una contraddizione, un ossimoro? Niente affatto. Cosa lega o dovrebbe legare il Risorgimento alla Resistenza? Liberazione che ricordo non è stata solo appalto dei gappisti comunisti, ma pure dei bianchi, degli autonomi, dei cattolici e dei monarchici.
La risposta è semplice: la “res-publica”, la sovranità nazionale e la libertà.
Quel Dna che ha unito generazioni e generazioni: dai patrioti dell’Ottocento ai partigiani. Che si sono sacrificati per noi.

Ma questo 2 giugno, purtroppo, rischia di vanificare ancora una volta un’occasione che può qualificare, rendere virtuosa, un’identità, un’appartenenza comunitaria.
Tutti noi sappiamo che la Repubblica nel 1946 è stata “aiutata”: ai 40mila ricorsi sui brogli elettorali non è stata mai data soddisfazione legale. La Corte di Cassazione non ha mai omologato i risultati del referendum, limitandosi a certificare i dati trasmessi dal ministero degli Interni (il socialista Romita); la maggioranza corretta non era il rapporto tra i voti della monarchia e della repubblica (due milioni circa di differenza), ma, secondo le disposizioni dello Statuto, la somma tra i voti espressi, i voti bianchi e quelli nulli diviso due: ergo la maggioranza a favore della Repubblica è stata di 250mila voti. Se a questo aggiungiamo il fatto che il Sud ha dato la maggioranza in modo plebiscitario alla monarchia (dal Lazio in giù), il Nord-Est non ha votato, tantomeno i reduci, il dato è tratto: elemento non da poco per inficiare il referendum stesso.

Per non parlare del clima da guerra civile ordito dal Cln, da Togliatti autore dell’amnistia ai fascisti per farli votare Repubblica, alle minacce di Nenni (“o la Repubblica o il caos”), fino ai morti monarchici napoletani di via Medina, quando De Gasperi, autore di una lettera in cui ammetteva la vittoria della Corona, autoattribuendosi all’improvviso poteri di capo dello Stato e di governo provvisorio, mise re Umberto nella condizione o di reagire militarmente o di andarsene per non spargere ancora sangue italiano.
Ecco il punto: anziché idealizzare la scelta vera, limpida degli italiani, la Repubblica oggi avrebbe potuto parlare di pacificazione nazionale, del presidente Mattarella non come il tredicesimo capo di Stato, ma come ebbe modo di dire intelligentemente Amedeo, duca D’Aosta, il “diciassettesimo capo di Stato”, unendo sia il periodo monarchico, sia quello repubblicano.

Quel filo-conduttore che sa di continuità della nostra storia. E che il presidente Ciampi, col suo “Giubileo della Nazione” ha riconosciuto: il nostro percorso unitario forgiato dalla Repubblica romana, da casa Savoia e dalla Resistenza.

Invece, siamo ancora al punto di partenza: gli studiosi, gli intellettuali, i politici, i giornalisti, sottovalutano, ignorano il passaggio ambiguo del 1946 e preferiscono puntare l’indice per motivi biecamente politici e ideologici, sul valore antifascista della Costituzione (per delegittimare la Meloni), non ricordando il senso profondamente anti-monarchico della nostra Carta: si pensi alla tredicesima disposizione transitoria e finale che commina l’esilio per i Savoia maschi e l’articolo 139 della Costituzione che sancisce l’eternità della Repubblica che “non può essere oggetto di revisione costituzionale”, contraddicendo gli articoli imperativi che magnificano la libertà d’opinione dei cittadini e in primis, il primo (la sovranità spetta al popolo).

Altra occasione mancata non solo quella istituzionale, ma pure quella della sinistra: non riesce a diventare italiana, a fare gli interessi nazionali: nel passato stava dalla parte della Russia, poi della globalizzazione (l’autolesionismo nazionale e l’esterofilia come reazione alla retorica nazionalista fascista e alla sindrome della guerra perduta), oggi sta con migranti, gli islamici (l’alleanza woke), che vogliono alterare la nostra identità, e con una Ue che ci discrimina e mortifica quotidianamente.
Un 2 giugno che va subito archiviato e ripensato.

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