La Repubblica italiana compie oggi 80 anni. Il 2 giugno 1946 si svolse infatti il referendum istituzionale che avrebbe portato all’abbandono della forma monarchica dello Stato e all’assunzione di quella repubblicana.
A questa ricorrenza il presidente Sergio Mattarella vuole dare particolare rilevanza decidendo di sostituire il tradizionale ricevimento al Quirinale con una kermesse popolare nel piazzale antistante la Presidenza della Repubblica. Ci sarà un megashow in cui si esibiranno personaggi dello spettacolo insieme a musicisti, sportivi, esponenti della cultura, personaggi pubblici vari. L’intento è quello di celebrare l’incontro della solennità quirinalizia con lo spirito nazionalpopolare. E ciò al fine di ridestare un po’ di passione negli italiani per la Repubblica.
Ci vorrebbe per la verità ben altro, che una festa in piazza, per suscitare l’interesse dei cittadini per le istituzioni in una fase storica in cui la nostra democrazia, come peraltro tutte le democrazie d’Occidente, sta conoscendo una fase di preoccupante anemia ideale. Ma questo è un altro discorso, che è peraltro oggetto di riflessione costante da parte di politologi, giornalisti, studiosi a vario titolo della vicenda pubblica italiana.
La ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della Repubblica ci offre invece l’occasione per un approfondimento di quel cruciale passaggio storico. E la prima cosa da dire è che qui giorni del 1946 furono tutto meno che giorni tranquilli e sereni, al di là del trionfalismo con cui vengono normalmente ricordati nelle celebrazioni ufficiali. Il Paese rischiò di precipitare nel baratro di una nuova guerra civile dopo quella, crudele e sanguinosa, del biennio 1943-1945. Fu solo il senso di responsabilità di alcuni protagonisti di allora, a partire dal re Umberto II, il “re di maggio”, se fu scongiurato il peggio.
È pur vero, d’altra parte, che il passaggio da una forma monarchica a una repubblicana è un sempre un evento traumatico: pensiamo solo alla Francia del 1792 o alla Germania del 1918. Per quello che riguarda l’Italia, va rilevato che la fine della monarchia sabauda è il risultato di tutte le contraddizioni che hanno afflitto la vita dello Stato unitario già al suo sorgere. La dinastia dei Savoia fu accusata fin dall’inizio di non aver voluto unificare il Paese ma di aver realizzato l’annessione al Piemonte dei vecchi Stati preunitari della Penisola.
L’Italia risorgimentale e liberale entrò poi in crisi con la Prima guerra mondiale e pochi anni dopo fu sostituita dall’Italia fascista. Regista di quella seconda e travagliata fase nazionale fu Vittorio Emnauele III, il cui operato non fu esente da critiche. Prima per aver condotto il Paese nella Grande Guerra contrattando con Francia e Inghilterra l’intervento italiano all’insaputa del Parlamento, in cui dominava una maggioranza neutralista (chissà se la dinastia sabauda sarebbe rimasta in piedi se il fronte del Piave non avesse retto dopo la disfatta di Caporetto). E poi, dopo la Marcia su Roma, arrivarono le critiche per aver dato l’incarico a Benito Mussolini di formare il governo e di aver quindi convissuto per vent’anni con il fascismo al potere.
Nel 1943, il terzo re d’Italia è di nuovo al centro della bufera. Il 25 luglio sostituisce Benito Mussolini con Pietro Badoglio alla guida del governo e fa arrestare il Duce con una mossa a sorpresa. L’8 settembre successivo avalla la catastrofica gestione dell’armistizio con gli Alleati da parte di Badoglio stesso e dei vertici militari. Il governo e il Re lasciano Roma senza impartire direttive alle forze armate, consegnando di fatto la Capitale alla ritorsione germanica. Seguiranno i terribili 20 mesi dell’Italia divisa in due e dell’odio fratricida tra partigiani e combattenti della Rsi.
È un Paese devastato, occupato, incattivito e lacerato e quello del 6 marzo 1946, quando il principe Umberto emana il decreto luogotenenziale secondo cui la scelta della forma istituzionale spetterà al popolo italiano tramite un referendum da tenersi contestualmente alla scelta dei componenti dell’Assemblea costituente. Il figlio di Vittorio Emanuele III, a cui il padre ha trasferito i poteri nel giugno del 1944, dà attuazione, con quel decreto, agli accordi con il Cln e con il governo al momento di assumere la carica di luogotenente del Regno.
Anche se l’Italia reca ancora le ferite della guerra e ancorché tutti i partiti (eccetto solo il partito liberale che è di origine risorgimentale) sono favorevoli all’instaurazione di una repubblica, l’esito del referendum non è affatto scontato. La Monarchia, nonostante tutto, è riuscita radicarsi nel sentimento popolare. E, fatto davvero paradossale, più al Sud che al Nord. Nel Meridione, che pagò il prezzo più alto dell’unificazione nazionale, s’era infatti svolta la prima guerra civile italiana, quella che va sotto il nome di “guerra al brigantaggio” e che vide legittimisti borbonici opporsi per anni all’esercito piemontese a fianco di contadini impoveriti e diseredati.
Alla fine, i voti per la Repubblica risultarono due milioni in più di quelli per la Monarchia (12.718.641 contro 10.718.502). Al di là delle percentuali, quel fato era la fotografia di un Paese spaccato. Tutta l’Italia era in subbuglio. Ma fu a Napoli, dove la Monarchia aveva stravinto, che avvennero gli scontri più gravi. L’11 giugno, a via Medina, la polizia sparò su un corteo di sostenitori del Re, lasciando sull’asfalto nove vittime.
Fu in quei giorni che si rischiò realmente la guerra civile. E ciò anche a causa della macchinosa proclamazione dell’esito del referendum (non c’era Internet come oggi). La Corte di Cassazione annunciò l’esito dei conteggi il 10 giugno, riservendosi però di proclamare il risultato definitivo in una successiva pronuncia, nella quale sarebbe stato reso noto anche il numero complessivo dei votanti nonché quello delle schede bianche e nulle, unitamente alla decisione sui ricorsi di parte monarchica.
A complicare le cose aveva provveduto anche il ministro dell’Interno Giuseppe Romita, che il 5 giugno comunicò davanti alla stampa italiana ed estera il dato del vantaggio della Repubblica mentre ancora non erano arrivati i risultati di tutti i seggi.
Ma il comportamento più grave fu quello di Alcide De Gasperi, che assunse la carica di capo provvisorio dello Stato subito dopo l’annuncio del 10 giugno, senza attendere la pronuncia definitiva della Corte di Cassazione, che avvenne il 18 giugno.
Umberto II (re da un mese, a seguito dell’abdicazione del padre) reagì sdegnato a quella forzatura istituzionale e decise di abbandonare l’Italia partendo il 12 giugno per l’esilio di Cascais in Portogallo. Il suo proclama di addio agli italiani fu all’insegna della responsabilità (intendeva scongiurare un conflitto civile), ma anche della fermezza: «Non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il Governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori».
Alla fine, il 18 giugno, la Corte di Cassazione confermò la vittoria repubblicana. Ma il governo aveva comunque compiuto uno sbrego istituzionale nella smania di decretare anzitempo la nascita della Repubblica. Perché tanta fretta? Questo comportamento apparve sospetto a molti, tanto che da parte monarchica si denunciarono brogli nel conteggio delle schede.
Certo è solo il fatto che l’Italia, in quelle settimane, rischiò davvero brutto. Il Paese, in quel drammatico 1946, era ovunque una polveriera, anche per altre ragioni. Nel Triangolo della Morte, in Emilia, i partigiani comunisti ancora sparavano e facevano sparire persone. Mentre in Sicilia c’era chi puntava al separatismo armando la mano del bandito Giuliano.
La Repubblica non nasceva sotto una buona stella, anche se, proprio la stella disegnata dal pittore Paolo Paschetto, fu scelta come emblema del nuovo Stato italiano.



