Giorgia di nuovo tentata dalle elezioni anticipate: c’è anche una data…

lunedì, 15 Giugno 2026
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Le notti di Giorgia Meloni non devono essere molto serene in questo periodo. Troppi sono i pensieri che affollano la mente della premier. L’indubbio successo dell’agognata flessibilità finanziaria strappata a Bruxelles in campo energetico non compensa i fattori di erosione della maggioranza che sono in atto da tempo. Questi problemi non potranno che aggravarsi di qui alla data delle prossime elezioni.

A turbare la premier è innanzi tutto la difficile congiuntura economica e lo zero virgola della crescita stimata.  Poi c’è il logoramento interno della maggioranza. Il punto critico è oggi la Lega, percorsa da una grande (e pericolosa) agitazione interna. I rapporti tra Matteo Salvini e i maggiorenti del suo partito (governatori ed ex governatori del Nord a partire da Luca Zaia) sono tesissimi e il Capitano è in grave crisi di consensi. Di qui la proposta di riportarlo al Viminale, prospettiva che Meloni vede come il fumo agli occhi.

Come se non bastasse, si sta facendo sempre più agguerrita la concorrenza a destra a destra di Roberto Vannacci. Ogni mese che passa, il suo neonato Futuro nazionale diventa sempre più forte e rischia di togliere importanti fette di consenso alla premier e ai suoi. Sul fronte opposto, il campo largo è in pieno marasma per la competizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte nonché per la fronda riformista dentro il Pd: l’opposizione sarebbe impreparata, in questo momento, ad affrontare una sfida elettorale a livello nazionale.

Morale della favola: sta (ri)prendendo quota in questi giorni l’idea della mossa del cavallo, cioè a dire il ricorso alle elezioni anticipate. Potrebbe rivelarsi troppo rischioso, per la maggioranza, arrivare  alla scadenza naturale della legislatura, prevista per l’inizio dell’autunno 2027.

Per la “Repubblica”, questa opzione sarebbe diventata tema di dibattito nelle «ovattate stanze di Palazzo Chigi».  Non per caso, «è partita la brusca accelerazione per la nuova legge elettorale, da licenziare a ritmi record entro la pausa estiva».

Questo, secondo i “retroscenisti” Tommaso Ciriaco e Giovanna Vitale il ragionamento che si va svolgendo nell’”inner circle” di Giorgia: «Meglio capitalizzare il consenso di cui sembra godere ancora il centrodestra, anziché aspettare che la pessima congiuntura economica e il logoramento del governo produca effetti peggiori».

Ci sarebbe anche una data: l’11 aprile. Perché proprio quel giorno? Innanzi tutto, per una ragione assai poco ideale e molto, molto materiale: se si votasse prima del 9 aprile, la quasi metà di deputati e senatori dovrebbe rinunciare al vitalizio maturato in questa legislatura. Anche i parlamentari tengono famiglia…

E poi c’è una questione molto tattica: la convenienza, per il centrodestra, di andare al voto prima delle Comunali della prossima primavera, elezioni che si terranno nelle principali città italiane, tutte amministrate dal centrosinistra  (Roma. Milano, Torino, Napoli e Bologna). La premier vorrebbe schivare innanzi tutto l’Election Day, che potrebbe avere un effetto di trascinamento per il campo largo. In secondo luogo, le conviene impedire che la quasi certa riconferma dei sindaci di centrosinistra gonfi le vele dell’opposizione e deprima le truppe della maggioranza.

Per arrivare all’11 aprile (o al massimo alla settimana successiva) occorrerebbe sciogliere le Camere non più tardi del febbraio 2027. Bisognerà però vedere, nel caso, cosa ne penserà l’uomo del Colle. E, per Giorgia Meloni, potrebbe rivelarsi lo scoglio più duro.

 

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