La vicenda UniCredit-Commerzbank rischia di diventare uno dei casi più emblematici delle contraddizioni economiche dell’Unione Europea. Da una parte Bruxelles continua a sostenere la necessità di creare grandi gruppi bancari continentali in grado di competere con i colossi statunitensi e cinesi. Dall’altra, quando una banca europea prova realmente a realizzare un’operazione transfrontaliera di grandi dimensioni, emergono immediatamente le resistenze nazionali.
Il governo tedesco ha infatti deciso di respingere l’offerta pubblica di scambio lanciata da UniCredit su Commerzbank attraverso il Fondo di Stabilizzazione dei Mercati Finanziari (FMS), che controlla circa il 12% dell’istituto di Francoforte. Una scelta che appare sempre più politica che finanziaria.
I numeri aiutano a comprendere meglio la questione.
Commerzbank ha chiuso il 2025 con un utile netto superiore a 3,1 miliardi di euro, il migliore risultato della propria storia recente. La banca dispone di oltre 450 miliardi di euro di attivi, serve circa 11 milioni di clienti e rappresenta uno degli istituti di riferimento per il Mittelstand, il tessuto delle piccole e medie imprese tedesche che costituisce la spina dorsale dell’economia nazionale.
UniCredit, però, gioca ormai in una categoria superiore. Il gruppo guidato da Andrea Orcel ha registrato nel 2025 utili superiori ai 10 miliardi di euro, oltre tre volte quelli della banca tedesca. La capitalizzazione di mercato di UniCredit supera i 75 miliardi di euro, contro i circa 39 miliardi di Commerzbank. Il CET1 ratio, uno dei principali indicatori di solidità patrimoniale, si colloca intorno al 16%, tra i livelli più elevati del sistema bancario europeo.
L’offerta contestata da Berlino presenta una differenza minima rispetto alla valutazione di mercato. Alla metà di giugno, infatti, la capitalizzazione di Commerzbank era pari a circa 39,14 miliardi di euro, mentre il valore implicito dell’offerta UniCredit si attestava intorno a 39,06 miliardi. Lo scarto era inferiore a 100 milioni di euro, appena lo 0,2% del valore complessivo dell’istituto.
Difficile sostenere che il problema sia esclusivamente economico.
Il nodo centrale è strategico. La Germania sta attraversando una delle fasi più delicate degli ultimi decenni. Nel 2023 e nel 2024 l’economia tedesca ha registrato due anni consecutivi di stagnazione e recessione tecnica. La produzione industriale resta inferiore di circa il 10% rispetto ai livelli pre-pandemia, mentre il settore automobilistico affronta la concorrenza crescente dei produttori cinesi e la difficile transizione verso l’elettrico.
In questo contesto Berlino considera Commerzbank un’infrastruttura finanziaria strategica. La banca eroga ogni anno decine di miliardi di euro di credito alle imprese esportatrici tedesche e rappresenta uno degli strumenti fondamentali per sostenere il sistema industriale nazionale.
Le quattro maggiori banche statunitensi, JPMorgan Chase, Bank of America, Wells Fargo e Citigroup, superano insieme i 1.800 miliardi di euro di capitalizzazione. Nessuna banca europea si avvicina minimamente a queste dimensioni. L’intero settore bancario dell’Unione continua a essere frammentato in mercati nazionali protetti da interessi politici e regolamentari.
La stessa Germania ha beneficiato per anni del mercato unico per esportare beni e servizi in tutta Europa. Oggi però, quando una banca italiana tenta di acquisire una partecipazione di controllo in un istituto tedesco, il principio del libero mercato sembra improvvisamente diventare secondario rispetto alla tutela dell’interesse nazionale.
Per l’Italia la questione va oltre UniCredit. Il messaggio che arriva da Berlino è che esistono ancora settori nei quali il mercato unico europeo funziona solo fino a quando non vengono toccati asset considerati strategici dalle grandi potenze continentali.
La domanda finale è inevitabile: se una banca italiana, più grande, più redditizia e meglio capitalizzata, non può acquisire una banca tedesca in un mercato che dovrebbe essere unico, quanto è davvero integrata l’Europa finanziaria?
Forse il caso Commerzbank dimostra che l’Unione bancaria europea esiste sulla carta. Quando entrano in gioco gli interessi nazionali, invece, i confini tornano rapidamente a riapparire.



