La banda muta – Recensione del corto di Alessia Bottone: il silenzio come ultima forma di rispetto

sabato, 20 Giugno 2026
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La regista veronese Alessia Bottone (Menzione speciale ai Nastri d’Argento 2021 con La Napoli di mio padre e prestigiose collaborazioni con maestri del calibro di Luca Guadagnino e Danny DeVito) firma la sua quarta opera: La banda muta, liberamente ispirata a pagine di Leonardo Sciascia (I ragazzi di Regalpetra) e al racconto omonimo di Gaetano Savatteri, progetto con cui ha vinto il bando Nuovo IMAIE 2025 per la sceneggiatura e la proposta di regia.
Il cortometraggio si apre mostrando le immagini cristallizzate delle esequie di due personaggi celebri: Papa Francesco e Maurizio Costanzo. La spettacolarizzazione del lutto collettivo raggiunge il suo apice nei selfie chiesti a Maria De Filippi durante la camera ardente.

Poi lo squillo di un telefono e la notizia che mai si vorrebbe sentire. Elio, amico fraterno del protagonista Manfredi e noto scrittore siciliano, è morto. Da questo strappo emotivo prende le mosse un’opera che si configura, fin dalle sue prime inquadrature, come una lucida critica sociale. Alessia Bottone sceglie una via espressiva sofisticata, unendo al girato contemporaneo preziose immagini d’archivio dell’Istituto Luce.

È la radiografia di una società profondamente alienata, in cui la dimensione virtuale ha sostituito il rispetto umano. Una deriva culturale che trasforma persino un funerale in un palcoscenico mediatizzato, dove l’importante è apparire, e la spettacolarizzazione dell’evento eclissa il cordoglio per il defunto e la solidarietà verso i parenti.
Ricevuta la notizia della scomparsa dell’amico ottantenne, Manfredi – interpretato da un intenso e vibrante Piero Nicosia (l’attore agrigentino che per primo ha intuito la potenza teatrale del testo) – si reca a dargli l’ultimo saluto. Ma quello che trova è un teatrino grottesco della vanità.

I pochi presenti sono distratti, assenti sui propri smartphone o persi in convenevoli d’accatto. C’è chi liquida la pratica con condoglianze formali e chi, con agghiacciante opportunismo, trasforma la camera ardente in una fiera di paese, come Livio, ex compagno di classe, che fornisce delle copie del suo libro all’ormai ex editore di Elio e racconta che Elio è morto per ‘muntruzzania’, termine siciliano che indica una forma di ostinata testardaggine: nel suo caso, la volontà di attraversare la strada a modo suo, finendo investito da un automobilista impossibilitato a evitare l’impatto.
Di fronte a questo scollamento drammatico tra l’elaborazione autentica del lutto e l’inappropriatezza dei comportamenti circostanti, emerge la lezione immortale di Eduardo De Filippo: la società si arroga il diritto di giudicare persino il modo, il tempo e il giorno in cui si muore. Bisogna “morire nel momento giusto”, altrimenti si viene privati della dignità e della libertà persino nell’estremo istante.

Allontanatosi da quel chiacchiericcio volgare, Manfredi tenta invano di provare il discorso funebre che aveva preparato. Ma giunto il momento di parlare, decide di non leggere. Capisce che per contrastare quel rumore vuoto serve una storia. Racconta così del loro paese in Sicilia, dove vigeva una tradizione reale (documentata storicamente fino agli anni ’90): l’usanza che una banda musicale accompagnasse il feretro verso il cimitero marciando però a passo lento e in totale silenzio. A cosa serve una banda che non suona? Il titolo del corto gioca proprio su questo potente ossimoro visivo e concettuale.

«La banda muta appartiene al controsenso, al pirandellismo di natura: così è, se vi pare. Così era, e quindi non poteva essere altrimenti».

Far tacere le trombe e i tamburi non significa fare il vuoto, ma conferire alla morte un suono più grande di quanto quegli strumenti potrebbero mai produrre. È il silenzio come massima forma di rispetto, l’arretramento pudico della comunità di fronte al mistero del dolore. Per dare l’addio a Elio non serve il rumore dei social o delle frasi fatte; serve spogliare il funerale dell’orgoglio dei vivi. «E allora silenzio. Passa la banda muta», conclude Manfredi, restituendo sacralità a un rito profanato. La regia di Alessia Bottone, che ha curato anche la sceneggiatura, non cede mai al didascalismo e fonde con efficacia le sequenze contemporanee con quelle suggestive in bianco e nero. Questi inserti non sono una concessione nostalgica, ma una precisa scelta semantica: il bianco e nero cristallizza la dignità geometrica e severa del passato, ponendosi in contrasto stridente con la caotica, colorata e volgare messinscena del presente.

La banda muta prodotto da Stefania Balduini per Pistacchio Film si appresta a iniziare il suo percorso nel circuito dei festival cinematografici forte di una scrittura densa e di una raffinata ricerca estetica. Alessia Bottone ha firmato un apologo morale che non giudica le fragilità umane, ma condanna la spettacolarizzazione dell’ego. Un film che, paradossalmente, urla la sua verità più profonda proprio quando decide di far tacere la musica.

Vittorio Zenardi

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