Lo scontro tra la Meloni e Trump era ormai nei fatti e soprattutto un dato scontato. Vi spiego perché. Ha a che fare con la genetica del sovranismo e con la psicologia dei leader sovranisti.
Se ricostruiamo molte vicende note, tutti i movimenti, i partiti, i capi di governo, che finora hanno espresso tali posture, tali valori e posizioni politiche e culturali, non sono sfuggiti a una regola obbligata: si affratellano rispetto a un nemico comune che, negli ultimi decenni, è stata la globalizzazione come origine di ogni male, della disoccupazione, dell’impoverimento del ceto medio, del depauperamento degli Stati (da qui il ritorno alle sovranità nazionali, al protezionismo economico, a un migliore Welfare); è stata l’emergenza immigrazione, sicurezza e la cultura woke (l’intolleranza dei tolleranti, il razzismo degli antirazzisti, il fascismo degli antifascisti, la rimozione delle tradizioni, la cancel culture).
E in primis, il nemico è stato il mainstream culturale, politico e istituzionale: la casta liberal e radical.
Ma subito dopo questa prima fase i sovranismi sono destinati a non essere più solidali tra loro, le loro intese e alleanze strategiche, ad implodere.
E quando avviene la rottura? Quando gli interessi nazionali, ad esempio, tra la Meloni e Trump non hanno coinciso, dando il via all’odiosa, morbosa, narcisistica guerra mediatica tra i due cui stiamo assistendo.
Questa è la cifra che spiega l’attuale stato dell’arte negativo dei rapporti tra i due, al di là delle parole, ormai dominanti stile-populismo mediatico (amico-nemico, bene-male).
Dove ha sbagliato, se ha sbagliato, la Meloni?
All’inizio ha fatto benissimo a tentare di ritagliarsi il ruolo di “ponte” tra la Casa Bianca e un’Europa debole, attaccata specularmente da Usa e Russia, nel nome del nuovo ordine mondiale geo-economico e geo-politico non più multipolare. Un’Europa che a detta di Trump e di Putin ha tradito lei per prima i suoi stessi principi fondanti. E nella fase-1 la nostra premier è andata alla grande. Non a caso la Francia, Germania, Londra e Bruxelles, le avevano assegnato la funzione di alleata prediletta del tycoon, pendendo dalle sue labbra. Sono convinto che l’apertura alle politiche anti-immigrazione di Roma (i Cpr all’estero, modello Albania), il considerare i confini italiani come confini europei (gli sbarchi indiscriminati) da governare collettivamente, fino allo scostamento della flessibilità per la crisi energetica, anche se vincolato al green, sia stato dovuto a ciò.
Purtroppo la Meloni non aveva fatto i conti con l’alto tasso di tossicità e instabilità di Trump.
Il quale, nella forma comunica come il “marchese del Grillo” (“Io sono io e voi non siete un c…o”), a differenza dei suoi predecessori che infiorettavano la loro volontà di potenza con miti universalistici (la cooperazione), e l’esportazione della democrazia; ma nella sostanza, è nervoso perché perdente con l’Iran e non solo, ed è costretto a galleggiare quotidianamente tra gli obiettivi e le pressioni del Deep State (filo-sionista, la Cia etc) e il suo movimento Maga che da mesi sta prendendo le distanze dalle sue scelte.
Del resto, cosa doveva fare la premier sull’Iran: accettare una guerra inutile e sbagliata, preparata e gestita senza capo né coda? Doveva concedere le basi di Sigonella per servire il padrone? Non difendere il papa?
Insieme al fallimento della “strategia del ponte” però, a conti fatti, sta saltando pure la sintonia ideologica con Trump.
E questo è molto più pericoloso anche in prospettiva. Sicuramente ci rimetteranno tutti e due.
Da un lato, il centro-destra politico, in quanto sostenitore deluso del tycoon, e pertanto, ostaggio della facile narrazione demagogica della sinistra.
Il centro-destra culturale, perché da oggi in poi, battaglie contro la cultura woke, l’immigrazione selvaggia, l’insicurezza che regna sovrana nelle nostre città, saranno inevitabilmente accostate al fallimento e alla leadership di Trump.
Battaglie che a livello di soluzione, prenderanno altre strade. Più radicali. E Vannacci gongola.
Meloni-Trump. Una lite simbolo dei limiti genetici del sovranismo. Ecco perché
