Caso Regeni, la Procura: «Non era una spia, nessun elemento sulla pista inglese». Accuse all’Egitto: «Ha protetto gli aguzzini»

martedì, 23 Giugno 2026
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La Procura di Roma chiude con decisione ogni ipotesi sulla cosiddetta “pista inglese” nel caso di Giulio Regeni. Nel corso della requisitoria del processo a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha affermato che «tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati e sviscerati in ogni possibile direzione» senza che emergesse «alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni».

Il magistrato ha ribadito con nettezza che il ricercatore italiano «non era una spia», precisando che ogni aspetto della sua attività accademica nel Regno Unito è stato definitivamente chiarito. Secondo l’accusa, non esistono elementi che possano far ipotizzare legami tra Regeni e i servizi di intelligence britannici, né hanno trovato riscontro le illazioni sui rapporti della sua docente Maha Abdelrahman con la Fratellanza Musulmana o con apparati di intelligence del Regno Unito.

Nel suo intervento, Colaiocco ha inoltre rivolto dure accuse alle autorità egiziane, sostenendo che il Paese abbia scelto di «proteggere gli aguzzini» invece di accertare le responsabilità. «Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli», ha dichiarato, mostrando anche le immagini della TAC eseguita sul corpo del ricercatore.

La requisitoria ha descritto il caso Regeni come qualcosa che va oltre il semplice omicidio: «Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme», ha affermato il procuratore, parlando di un sequestro, di torture protratte e della privazione di ogni garanzia giuridica.

Secondo la ricostruzione della Procura, il 25 gennaio 2016 Regeni sarebbe entrato «in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere», trasformandosi da cittadino libero a vittima di un potere esercitato senza limiti. L’accusa sostiene che gli autori dei fatti non fossero criminali comuni, ma uomini appartenenti agli apparati di sicurezza dello Stato egiziano, circostanza che renderebbe ancora più grave la vicenda perché a essere colpita sarebbe «l’idea stessa di civiltà giuridica» e il principio secondo cui nessun potere può sottrarsi alla legge.

Colaiocco ha definito il procedimento «un processo contro il silenzio e contro la menzogna», segnato da depistaggi e mancate collaborazioni. Ha inoltre evidenziato come, in condizioni ordinarie, sarebbe spettato all’Egitto accertare i fatti e perseguire i responsabili, ma che il sistema di ostacoli e resistenze incontrato nel corso delle indagini abbia reso evidente una conclusione: senza il processo celebrato in Italia, quei fatti «non sarebbero stati giudicati in nessun luogo».

All’apertura dell’udienza nell’aula bunker di Rebibbia è intervenuta anche l’avvocata Alessandra Bellerini, legale dei genitori di Giulio Regeni, sottolineando il valore simbolico della requisitoria: «Sono dieci anni e mezzo che aspettiamo questo momento. Siamo emozionati e sentiamo la responsabilità delle aspettative di tantissimi italiani».

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