250 anni Usa: Trump scatenato tra inni Maga e attacchi a Mandani e all’Iran

giovedì, 25 Giugno 2026
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“L’America è tornata”. Con queste parole iconiche e degne dello spirito Maga più ritondante Donald Trump ha aperto al National Mall le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Dietro una barriera di plexiglass, a 2 anni dall’attentato di Butler, il presidente ha parlato per meno di 30 minuti davanti a migliaia di sostenitori tra bandiere e cartelli tutti inneggianti alle glorie americane. Autocritica zero, autocelebrazione totale: “Fino a poco tempo fa eravamo un Paese moribondo. Ora siamo il Paese più in voga, più rispettato e potente al mondo”. Parole che risuonano come un mantra tra guru e seguaci e che di politica quella estera e di diplomazia davvero poca. Trump ha rivendicato un accordo che nessun presidente aveva fatto prima dicendo a chiare lettere: “l’Iran non avrà mai l’arma nucleare”. E il Medio Oriente, ha ribadito il Tycoon ora con noi è più sicuro.Spazio poi alla politica interna. Dopo aver sostenuto che l’America ha sconfitto fascismo e comunismo, ha aggiunto che dovremo sconfiggere di nuovo il comunismo. Da lì è seguita senza pietà la dura sferzata e l’attacco al primo cittadino di NY il neo eletto democratico Zohran Mamdani, il candidato socialista democratico alle primarie di New York definito poco prima un tipo affascinante, un bel ragazzo. Nuove stoccate anche ai partner NATO. Incontrando Mark Rutte, Trump ha detto che: “ Se ci fosse qualcun altro al posto tuo non avremmo nemmeno una riunione, perché ci avete deluso”, e poi di fila a criticare Spagna, Italia, Germania, Francia e Regno Unito alleati pressoché inutili per gli States. Le sue parole non risparmiano davvero nessuno: “Siamo la nazione più giovane ma superiore a tutte le altre. Primo produttore di petrolio al mondo”. Il comizio del 4 luglio conferma il format in pieno stile Maga: retorica del declino rovesciato, nemici interni ed esterni, promesse apocalittiche. Trump usa i 250 anni non per unire, ma per dividere: il comunismo è dietro l’angolo a New York, l’Europa delude, solo lui garantisce sicurezza. L’annuncio sull’Iran senza dettagli, l’attacco a Mamdani che mixa complimento e demonizzazione, i toni da “nazione superiore”: è il linguaggio della campagna permanente. E’ chiaro che secondo economisti e politologi dell’ultima ora l’impero di Donald è ormai sulla via del tramonto e lui si consola come può con i suoi. A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, Trump celebra più se stesso che l’America. La festa di compleanno più “indimenticabile” rischia di restare a questo punto soprattutto la sua.

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