4 luglio, i 250 anni Usa: Occidente senza America? Sì, ma dipende dall’Europa

sabato, 4 Luglio 2026
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Donald Trump festeggia i 250 anni dell’indipendenza americana con l’ennesimo attacco all’Europa. «È ridicolo che gli Stati Uniti continuino a seguire un percorso unilaterale nel sostenere militarmente la Nato in assenza di reciprocità da parte degli alleati europei, che non ci sono stati vicini»: così ieri il presidente Usa su Truth.

Le bordate di Trump contro i governi Ue non fanno, è vero, più notizia. Ma ogni volta ci chiediamo il perché. Dietro le mosse di “The Donald” c’è infatti sempre un motivo. In questo caso non è difficile individuarlo nell’imminente vertice dell’Alleanza atlantica, che è in programma ad Ankara martedì e mercoledì prossimi. Sul tavolo i dossier scottanti dell’aumento delle spese militari da parte dei membri europei della Nato e del sostegno a Kiev. Non è un mistero che l’inquilino della Casa Bianca punta al ridimensionamento dell’impegno americano, come annunciato dal programma di sensibile ritiro delle forze Usa dal continente europeo. Il messaggio che il presidente americano manda agli europei è in fondo lo stesso dei suoi predecessori democratici: dovete cominciare a difendervi da soli senza contare più di tanto sull’aiuto di Washington, che non è scontato come poteva esserlo prima. La differenza rispetto al passato è che “The Donald” invia questo messaggio in modo duro, arrogante, pressante.

Al di là di quello che potrà accadere nei prossimi mesi e al di là della difficoltà di mantenere (come nel caso dell’Italia) gli impegni di spesa sanciti nero su bianco, al di là di tutto questo, le provocazioni antieuropee di Trump, unite al dichiarato disimpegno americano nella Nato, ripropongono un vecchio quesito: l’Europa e l’America sono vicine al divorzio? Domanda che introduce un’altra e ancor più impegnativa questione: l’Occidente è arrivato al capolinea?

In realtà America ed Europa non potrebbero divorziare neanche se lo volessero: sono talmente estesi e intensi i legami economici, sociali, culturali e strategici che persistono tra le due sponde dell’Atlantico da rendere difficoltoso (e controproducente per tutti) un “decoupling” (termine usato in politica estera per definire il “disaccoppiamento”).

Il problema vero è un altro ed è lo squilibrio tecnologico e finanziario tra Ue e Usa che è andato ad aumentare negli anni a vantaggio della sponda americana. Di per sé sarebbe un problema in qualche modo risolvibile se non cogliesse i due soggetti in un momento, per entrambi, di crisi: crisi di ruolo per gli Stati Uniti, crisi di identità per l’Europa.

Il rischio concreto è che, lungi dall’arrivare separazione inter-atlantica, si accentui invece la dipendenza dei Paesi Ue dagli Usa. Il rischio concreto è che l’Europa decada, dal rango di “alleato minore”, a quello di vera e propria “colonia” per gli Usa, soprattutto per favorire le scorribande dei suoi giganti finanziari (i fondi come BlackRock), delle sue industrie della difesa e aerospaziali, dei suoi colossi informatici e di intelligence (tipo Palantir).

La crisi di ruolo degli Stati Uniti nasce dalla riluttanza americana a continuare ad assumersi la responsabilità della stabilizzazione mondiale, come bene o male è accaduto fino alla fine della guerra e come in vario modo, anche se in maniera spesso contradditoria e incoerente, è avvenuto nel periodo successivo. Oggi, con Trump, gli Usa sono i primi, grandi destabilizzatori dell’equilibrio internazionale. E dire che, da quando George Bush padre vagheggiò un “nuovo ordine mondiale”, sono passati “appena” 35 anni, ma per gli Usa è stato un periodo denso come i 250 anni che festeggia oggi. Gli Stati Uniti rimangono certo la prima potenza globale, ma non hanno più la forza di esercitare alcuna leadership e ripiegano nel rabbioso slogan dell’”America First”. Non possono più farlo per una serie cause geopolitiche ed economiche a partire dal progressivo declino del dollaro come moneta di riferimento mondiale e a seguire con il pesante squilibro commerciale con l’estero che è stato malamente compensato dalla politica dei dazi.

A sua volta, la crisi dell’Europa nasce dalla sua difficoltà a darsi una identità geoeconomica e geopolitica che possa assegnarle una “missione” nella competizione tra le grandi potenze continentali (a partire ovviamente da quella cinese) che si profila per il futuro. L’ “autonomia strategica” del vecchio continente proposta da Emmanuel Macron sarebbe anche un obbiettivo bello e possibile. Il problema è che l’Europa stessa dovrebbe cambiare assetto e mentalità, andando oltre i gretti egoismi nazionali. L’esempio è proprio l’aumento delle spese militari. La proposta del presidente francese di finanziare la difesa continentale con gli eurobond si scontra con l’interesse tedesco a impiegare in armamenti il surplus di bilancio di cui continua a godere Berlino. Il problema dell’Europa è quello di essere un ircocervo, un’entità, appunto, priva di identità. Nel nostro caso, né federale né nazionale. Detta così, sembra una questione semplice. Nella realtà politica continentale, si tratta di un intrico di problemi nazionali e transnazionali difficile da districare. Ma altra soluzione non c’è: prima o poi, una formula giusta andrà trovata.

E dire che l’equilibrio mondiale avrebbe bisogno di un’Europa coesa e geopoliticamente definita. Quelli che erano un tempo i valori europei, valori che gli Usa hanno preteso, al momento della loro egemonia ideologica, di interpretare meglio dei Paesi da cui erano scaturiti, questi valori definiti anche “occidentali”, potrebbero anche intraprendere un cammino a ritroso.

In fondo, l’Occidente non l’ha inventato l’America. L’Occidente è nato con il colpo di spada con il quale Alessandro Magno tagliò il nodo di Gordio. Dinanzi alla luce di questa lama, come scrive Ernst Junger, «s’inabissano città magiche come Babilonia, Tiro e Sidone con i loro tesori, i templi con i loro dèi e sacerdoti, e gli antichi palazzi reali vengono dati alle fiamme nella loro ancora fantastica maestà» (“Il nodo di Gordio”, Adelphi).

L’Occidente è nato in Europa. Ed è nato dal confronto con l’Oriente. Quella americana è solo una continuazione. Certamente efficace, ma destinata, prima o poi, forse anche nel periodo lungo o lunghissimo, a conoscere un processo di ritorno alle origini.

 

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