La vicenda dei presunti cinque morti per il caldo in Italia è diventata in pochi giorni un caso internazionale. Non tanto perché il caldo non rappresenti un rischio per la salute, fatto ampiamente dimostrato dalla letteratura scientifica, ma perché ha messo in luce un problema sempre più frequente: la confusione tra dati ufficiali, stime statistiche e notizie di stampa.
Tutto nasce quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) Europa diffonde un comunicato nel quale afferma che in Italia, nelle precedenti 24 ore, si sarebbero registrati cinque decessi legati alle elevate temperature. L’informazione viene immediatamente ripresa dalle principali agenzie e dai media internazionali come se si trattasse di un dato ufficiale. Nessuno verifica: il tam tam sui social è vertiginoso, giornalisti, opinionisti e perfino esperti “rimbalzano” la notizia dandola per buona. Una leggerezza molto grave.
Poche ore infatti arriva la smentita del Ministero della Salute italiano. Il dicastero chiarisce di non avere alcuna evidenza di cinque decessi certificati attribuibili al caldo nelle ultime ventiquattro ore e precisa che il nostro Paese non dispone di un sistema che registri in tempo reale una causa di morte “caldo”. Le eventuali valutazioni vengono effettuate successivamente attraverso analisi epidemiologiche sulla mortalità.
A quel punto emerge un elemento ancora più sorprendente.
Interpellata dal Corriere della Sera, la stessa OMS chiarisce che quel riferimento ai cinque morti non proveniva da un proprio sistema di monitoraggio sanitario. La cifra era stata ricavata da notizie pubblicate dai media italiani e riprese dal quotidiano britannico The Guardian. In altre parole, l’organizzazione internazionale aveva utilizzato informazioni giornalistiche come base della comunicazione. Si crea così un vero cortocircuito informativo. Una notizia pubblicata dai giornali e non verificata viene ripresa dall’OMS.
L’OMS diventa a sua volta fonte per altri giornali. Il dato ritorna nell’informazione con l’autorevolezza di un organismo internazionale, pur derivando originariamente da articoli di stampa e non da registrazioni ufficiali. È il classico fenomeno della “circolarità delle fonti”, uno dei rischi più studiati nel giornalismo contemporaneo. Naturalmente ciò non significa che il caldo non provochi vittime. Al contrario.
La comunità scientifica concorda sul fatto che le ondate di calore aumentino la mortalità, soprattutto tra anziani e persone fragili. Tuttavia questi decessi raramente vengono certificati come “morte per caldo”. Nella maggior parte dei casi il calore aggrava patologie cardiovascolari, respiratorie o renali già esistenti.
Per questo motivo gli epidemiologi utilizzano il concetto di mortalità in eccesso. Si confronta il numero complessivo dei decessi osservati durante un’ondata di calore con quello statisticamente atteso nello stesso periodo. La differenza rappresenta una stima dell’impatto del caldo sulla popolazione.
Questa metodologia è riconosciuta dalla ricerca scientifica internazionale, ma produce stime, non conteggi individuali. Ed è proprio qui che nasce il problema comunicativo.
Quando una stima viene presentata come un numero certo oppure quando un dato riportato dai giornali viene percepito come una certificazione ufficiale, il rischio di alimentare confusione è enorme. La credibilità delle istituzioni sanitarie dipende anche dalla precisione con cui spiegano l’origine dei propri dati. Allo stesso modo, il giornalismo dovrebbe distinguere sempre tra fatti verificati, elaborazioni statistiche e informazioni ancora da confermare.
La vicenda dimostra quanto sia delicato il rapporto tra informazione e istituzioni. Se un’organizzazione internazionale utilizza notizie di stampa come riferimento, dovrebbe esplicitarlo chiaramente e verificarle con le autorità nazionali prima della diffusione. Se i media rilanciano dichiarazioni provenienti da organismi autorevoli, dovrebbero verificare se quei numeri siano realmente dati ufficiali oppure semplici stime.
In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni è già messa alla prova, la trasparenza metodologica non è un dettaglio tecnico: è una condizione essenziale per mantenere credibilità. Il caldo esiste, può aumentare la mortalità e rappresenta un problema sanitario reale. Ma proprio perché il tema è serio, ogni numero deve essere presentato con assoluta chiarezza. Un dato stimato non è un dato certificato. E una notizia riportata dai giornali non può trasformarsi automaticamente in una verità ufficiale solo perché, nel frattempo, è stata ripresa da un’organizzazione internazionale.
*lo scrivente è iscritto all’Ugis, unione dei giornalistici scientifici italiani



