“Valter è un amico vero, fra di noi c’è grande affetto”. Così Sigfrido Ranucci, conduttore di Report su Rai 3, ha commentato al Corriere della Sera l’indagine della procura di Roma che indica l’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola come possibile mandante dell’attentato ai suoi danni. Ripercorriamo i fatti. L’esplosione avvenuta il 16 ottobre 2025 davanti alla casa di Ranucci a Campo Ascolano, frazione di Pomezia. Una bomba rudimentale distrusse due auto parcheggiate e danneggiato il cancello. Nessun ferito. Secondo l’accusa Lavitola avrebbe incaricato un cameriere del suo ristorante a Roma, di trovare chi recuperasse l’esplosivo e lo facesse detonare. Dopo il blitz l’uomo sarebbe partito per il Camerun. Ora è indagato anche lui. I pm contestano strage e altri reati, tutti con l’aggravante mafiosa, in concorso con altre sei persone. Quattro di queste, ritenute esecutrici materiali, sono state arrestate martedì scorso. Dalle indagini emerge anche un presunto sopralluogo di Lavitola davanti all’abitazione di Ranucci un mese prima dell’attentato. Martedì i carabinieri hanno perquisito la casa dell’imprenditore, sequestrando pc e cellulare. «Mi ha chiamato mentre c’era la perquisizione. Era agitato», racconta Ranucci.Il rapporto tra i due nasce nel 2019, dopo inchieste di Report su Lavitola. «Andavo a mangiare nel suo ristorante almeno ogni due settimane», dice il giornalista, che si dice fiducioso nella magistratura. Per Ranucci Lavitola non poteva sapere quella sera quando il collega sarebbe tornato a casa e non avrebbe mai voluto fare del male ne a lui ne alla sua famiglia. Sul movente il conduttore di Report fatica a trovare una spiegazione: «Se fosse confermato il suo coinvolgimento, l’obiettivo dell’attentato forse era impedire che mi arrivasse una notizia. Comunque non ero io il bersaglio». Analizzando i fatti e cercando di comprendere la sorpresa di Ranucci dice tutto. Qui non si parla di un estraneo, ma di un rapporto personale costruito a tavola dopo anni di colleganza. Se le accuse reggeranno, il caso mostrerebbe un paradosso: un amico indicato come mandante di un attentato che, per lo stesso Ranucci, non era nemmeno diretto a lui. Resta da capire chi voleva bloccare, e quale notizia. Nel frattempo l’indagine passa dalle auto bruciate di Pomezia ai telefoni e ai pc sequestrati a Roma. Le indagini continuano, le carte sul tavolo i dubbi e le perplessità tante, ma il punto fermo è uno solo: un giornalista sotto attacco, e una procura che ora cerca di ricucire il filo.



