Ad Ankara Donald Trump stringerà la “gelida manina” di Giorgia Meloni incrociandone lo sguardo glaciale. Poi non si aspettasse nulla di più oltre allo svolgimento del programma del vertice Nato deciso dal rigido protocollo. I bene informati dicono che in serata i due ceneranno a tavoli diversi, la frattura personale non sembra rimarginabile nonostante l’alacre lavoro della diplomazia. Ma onestamente, l’ultimo, improvviso, attacco del presidente americano alla premier («Serve un ordine restrittivo») sembra davvero di cattivo gusto, peraltro con un’insopportabile vena di dileggio misogino.
L’attesa e la curiosità, dunque, per l’incombente vertice Nato sono sul faccia a faccia tra Trump e la Meloni e sulla rinnovata richiesta del presidente americano di alzare la spesa militare in rapporto al Pil. Il tycoon chiede ossessivamente agli alleati di programmare il 5 per cento, ma le economie e le capacità di investimento di ogni singolo paese sono diverse. Proprio in serata l’amministratore delegato di Leonardo, Lorenzo Mariani ha ripetuto che per l’Italia il 5% del Pil è un obiettivo realistico, ma va modulato nel tempo.
Più investimenti nella difesa, maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa e impegni concreti: questo è il messaggio con cui il presidente degli Stati Uniti si presenterà ai paesi dell’Alleanza Atlantica.
La prima giornata è dedicata al forum sull’industria della difesa, agli incontri bilaterali e alla cena offerta da Erdogan ai capi di Stato e di governo. La riunione formale del Consiglio Nord Atlantico al massimo livello politico si terrà invece mercoledì 8 luglio, a partire dalle 11. Il principale terreno di confronto e di scontro, come detto, sarà quello delle spese militari. Trump pretende che gli alleati europei dimostrino di voler rispettare l’impegno assunto al vertice dell’Aja del giugno 2025: destinare entro il 2035 il 5% del prodotto interno lordo alla difesa e alla sicurezza.
Non si tratta, tuttavia, di un 5% composto esclusivamente da armamenti. L’accordg prevede almeno il 3,5% del Pil per la difesa militare vera e propria e fino all’1,5% per infrastrutture strategiche, reti, sicurezza informatica, mobilità militare, protezione civile, innovazione e rafforzamento dell’industria della difesa. Ogni Paese deve presentare un percorso annuale credibile e progressivo. È proprio sul rispetto di tale percorso che Washington preme: per la Casa Bianca, non basta indicare il 2035 come obiettivo finale, ma occorre dimostrare fin da ora che gli stanziamenti stanno aumentando.
Secondo i dati della Nato, nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa complessiva per la difesa di quasi il 20% in termini reali rispetto all’anno precedente, superando i 570 miliardi di dollari. Per Trump, però, il riequilibrio resta insufficiente e gli Stati Uniti continuano a sostenere una quota eccessiva della sicurezza occidentale.
Anche l’Italia sarà sottoposta alla verifica degli impegni. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni dovrebbe presentare una spesa complessiva per difesa e sicurezza pari a circa il 2,8% del Pil, in aumento rispetto al precedente livello del 2%. Una parte rilevante della crescita deriva però dall’inclusione di investimenti collegati alla sicurezza nazionale e alla protezione delle infrastrutture. Il dato non corrisponde quindi interamente alla spesa militare considerata secondo la definizione più restrittiva della Nato.
Per Roma la difficoltà sarà dimostrare non solo di aver aumentato la percentuale, ma di possedere un piano sostenibile per avvicinarsi gradualmente al 3,5% destinato alle capacità militari essenziali. L’Italia, come Francia, Regno Unito e altri Paesi con conti pubblici sotto pressione, deve infatti conciliare gli impegni internazionali con i vincoli di bilancio interni.
Tornando agli ormai minimi rapporti tra Trump e la Meloni, al momento non risulta formalmente programmato un bilaterale, ma i due leader parteciperanno alla cena di questa sera e domani siederanno allo stesso tavolo durante la riunione del Consiglio Nord Atlantico. Un colloquio a margine del vertice resta quindi probabile. Sarebbe il primo confronto diretto dopo le tensioni esplose nelle scorse settimane.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha cercato di ridimensionare la polemica, sottolineando la necessità di preservare il rapporto strategico tra Italia e Stati Uniti al di là delle relazioni personali tra i leader. Il confronto di Ankara servirà quindi a capire se Roma e Washington intendano chiudere l’incidente o se le divergenze siano destinate a influire anche sui dossier politici.
Il secondo grande capitolo del vertice riguarda l’Ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky è ad Ankara e oggi è previsto un suo intervento insieme a Rutte durante il forum sull’industria della difesa.
La dichiarazione finale dovrebbe ribadire che la Russia rappresenta una minaccia di lungo periodo per la sicurezza euro-atlantica. Gli alleati sono inoltre pronti a indicare circa 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza militare e addestramento destinati a Kiev nel 2026, con l’obiettivo di mantenere un livello almeno equivalente nel 2027.
Una parte delle risorse è già compresa negli impegni nazionali e nei programmi europei. Gli Stati Uniti, secondo le anticipazioni, non dovrebbero contribuire direttamente al nuovo pacchetto finanziario: un altro segnale del trasferimento di responsabilità dalla sponda americana a quella europea dell’Alleanza.



