Niente preferenze. Governo battuto di un solo voto di scarto (188 a 187) alla Camera a causa del fuoco amico dei soliti franchi tiratori. I cari, vecchi, immarcescibili, impallinatori sono tornati all’opera e hanno affossato l’emendamento di Fratelli d’Ialia, Noi Moderati e Unione di Centro che introduceva le preferenze con il capolista bloccato. Una novità sostanziale alla riforma della legge elettorale sulla quale la premier Giorgia Meloni si era esposta in prima persona facendone un autentico cavallo di battaglia, al punto che nel primo pomeriggio aveva lanciato un post che sapeva di monito: «No al voto segreto, sì alle preferenze». Così non è stato e grazie allo scrutinio segreto, questo misterioso schieramento trasversale di dissidenti, ne hanno contati più di trenta, ha affossato l’emendamento. Uno smacco che fa dire a un rabbioso Galeazzo Bignami, presidente dei deputati di Fratelli d’Italia: «Noi ci mettiamo la faccia, i vigliacchi si nascondono».
«Il valore politico di quel che è accaduto non si nasconde. C’è una riflessione da fare, ma sospendere i lavori sulla legge elettorale non è corretto – dice il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi – qualora tutta la proposta di legge fosse bocciata ci sarebbe una riflessione più ampia da fare».
Tutta l’opposizione evoca le elezioni anticipate, una volta raccolto il più incredibile dei risultati politici. «Bisogna assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Dopo quattro anni, il governo vuole cambiare le regole del gioco, con il il tentativo proditorio di FdI e di Meloni di prendere in giro gli italiani con un finto emendamento sulle preferenze . osserva il leader del M5S – la Meloni ha lanciato una sfida a metterci la faccia, ce l’avete messa e avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio. Aprite le crisi di governo e andare a casa».
«E’ stato un voto contro l’arroganza di una leader donna che per difendere il suo potere era pronta a schiacciare quello delle altre donne – ha commentato la segretaria del Pd Elly Schlein – E’ il momento di tornare a casa e di dare al paese un governo in grado di risolvere i problemi degli italiani. Prendete atto del fallimento e andate a casa».
Ora partirà la caccia all’uomo e probabilmente anche alle donne considerando il largo, inusitato, trasversale schieramento femminile contro l’introduzione delle preferenze. Ora Giorgia Meloni pretenderà spiegazioni immediate dagli alleati dopo questa bruciante sconfitta alla luce delle rassicurazioni ricevute in mattinata. D’altronde alla vigilia era stata chiara: « A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto». Nulla di tutto ciò.
La presidenza della Camera aveva ha dato il via libera al voto segreto su un centinaio di emendamenti alla legge elettorale su 200 presentati, e agli articoli 1, 2 e 3. «La richiesta delle opposizioni di scrutinio segreto – ha spiegato il presidente di turno Fabio Rampelli – può essere accolta per tutte le proposte emendative e gli articoli del provvedimento per cui sussistono i requisiti». Rampelli ha quindi ha annunciato la distribuzione di una tabella con l’elenco di tutte le votazioni a scrutinio segreto accolte, a cui si aggiungerà anche la votazione finale. Ma ormai la frittata è fatta.
E pensare che sia Forza Italia sia la Lega avevano deciso di convergere dopo numerosi mal di pancia e distinguo sull’emendamento di FdI che prevedeva le preferenze. Il provvedimento sembrava blindato, ma non per tutti i deputati, evidentemente. C’è il rischio che il secondo cavallo di battaglia della maggioranza, dopo la sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, vada in frantumi. Resta, naturalmente, ancora tutto l’impianto della legge da approvare, ma da domani non sarà più la stessa cosa. La sensazione, a questo punto che la l’Autonomia differenziata sulla quale preme la Lega da mesi diventi lettera morta. I prossimi giorni si annunciano caldi per il governo. Ma, secondo fonti bene informate, la premier non salirà al Quirinale. Per ora.



