Iran-usa: Hormuz sotto attacco e Trump mette le mani sui fondi iraniani

venerdì, 24 Luglio 2026
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Da 13 notti di fila gli Stati Uniti bombardano l’Iran. Nel bersaglio delle truppe americane ci sono centri di comando, depositi di droni, reti di comunicazione, siti di sorveglianza e capacità marittime nello Stretto di Hormuz. Obiettivo dichiarato: “ridurre la minaccia per i naviganti civili e le navi commerciali”. Sul terreno il conto è già pesante. Due esplosioni a Mosan, sull’isola di Qeshm, nel cuore dello Stretto. Vicino Ahvaz, nel sud-ovest, un missile Usa ha ucciso 4 persone e ne ha ferite altre 5. Donald Trump non parla di tregua. “Hanno bisogno di continuare così”, dice. E rilancia sul piano economico: “Da ora ogni danno a navi o carichi sarà risarcito con i fondi iraniani che gli Stati Uniti detengono e controllano”. “È la cosa giusta ed equa da fare”, scrive su Truth il Tycoon. Teheran risponde per vie diplomatiche e militari. Il ministro Araghchi denuncia un precedente incendiario: sequestrare beni di uno Stato per pagamenti futuri non correlati. “Una volta che i governi normalizzano la confisca, nessun bene è al sicuro. Il caos che ne seguirà non sarà né bello né pacifico”. Intanto l’Iran avrebbe respinto, tramite il premier iracheno al-Zaidi, la proposta di cessate il fuoco Usa. E ancora La guerra nel Golfo si allarga anche al Mar Rosso e dopo Hormuz si infiamma anche lo stretto di Bab al Mandab. Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, attaccano due petroliere saudite. Il greggio schizza oltre i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio, borse giù. Scenario che da infermale si sta trasformando in apocalittico. Per Teheran il nodo è Hormuz. Siamo oltre la ritorsione. È una guerra a due binari: missili e finanza. Washington usa i bombardamenti per piegare Teheran sul mare e i soldi congelati per assicurarsi un fondo di garanzia. L’Iran replica con attacchi alle navi e con l’arma della legittimità: se si apre alla confisca preventiva dei beni sovrani, crolla una regola globale.  Il rifiuto del cessate il fuoco dice tutto: nessuno vuole cedere Hormuz, la gola del petrolio mondiale. Trump punta a logorare, Araghchi a isolare gli Usa diplomaticamente. Nel mezzo ci sono morti, mercantili e un precedente che, se diventa norma, rende insicuro ogni deposito estero. La guerra non è più solo nel Golfo. È nel diritto internazionale. 

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