Tregua, munizioni e diplomazia. Donald Trump tira il freno sull’ escalation significativa contro l’Iran, tra progressi nei colloqui sullo Stretto di Hormuz e pressing interno. Nella stessa settimana alla Casa Bianca arrivano Netanyahu e Zelensky. Tre fronti, un solo regista. La svolta è maturata venerdì nello Studio Ovale. Secondo ricostruzioni di NYT e CNN, il presidente Usa ha deciso di rinviare nuovi attacchi contro Teheran dopo gli avvertimenti del vicepresidente JD Vance e del capo di Stato Maggiore Dan Caine. Il rischio: esaurire pericolosamente gli intercettori Patriot e i missili Tomahawk a disposizione del Centcom. Vance, che ha costruito la sua campagna sull’opposizione agli interventi in Medio Oriente, si è esposto in prima persona per firmare un cessate il fuoco con l’Iran, poi saltato. Gli Stati del Golfo spingono per chiudere un conflitto arrivato al quinto mese: un prolungamento costerebbe agli Usa alleati preziosi. Di fronte a questo, Trump ordina lo stop ai raid ma resta “locked and loaded”: armati e pronti. L’ambasciatore all’Onu Mike Waltz smentisce su Fox News i problemi di approvvigionamento e attacca chi parla di razionamento: “Meritano di finire in prigione”. Nel frattempo Teheran apre. Ha comunicato al Pakistan la disponibilità a riprendere i colloqui a Ginevra, Doha o Islamabad e ha accettato di stoppare le ritorsioni agli attacchi Usa. “Segno di buona volontà”, lo definisce il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei. E la Casa Bianca si riempie. Trump incontra prima Zelensky e poi Netanyahu. “Entrambi gli incontri sono stati positivi e produttivi”, scrive la portavoce Karoline Leavitt su Truth. Zelensky propone licenze per produrre intercettori Patriot e chiede di rivitalizzare il processo diplomatico. Netanyahu, in un video, parla di “piena collaborazione” sull’obiettivo comune: “Garantire che l’Iran non possieda armi nucleari”. Il portavoce di Bibi a Bloomberg: “Siamo perfettamente allineati. Israele sostiene qualsiasi strada scelga Trump”. Martedì i due torneranno a vedersi nello Studio Ovale. A Londra intanto si prepara la prima riunione della coalizione per l’apertura incondizionata di Hormuz. Trump gioca su tre tavoli e non ne vuole perdere nessuno. Con l’Iran usa il bastone e la carota: rallenta i raid per dare ossigeno ai negoziati, ma tiene le forze “pronte a tutto” per non perdere credibilità. Con Netanyahu ribadisce l’allineamento totale, scaricando su di sé la decisione finale. Con Zelensky cerca armi e diplomazia, provando a tenere in piedi il fronte ucraino.Il problema è il tempo. Le munizioni scarseggiano, gli alleati del Golfo sono stanchi, Vance non vuole un’altra guerra. Se i colloqui con Teheran falliscono, l’escalation ripartirà. Se reggono, Trump potrà rivendicare la pace. Per ora ha scelto di guadagnare giorni. In Medio Oriente e in Ucraina, i giorni però gli stanno costando caro.



