Colpo di scena a Washington. Donald Trump rivendica il disarmo completo di Hamas e ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia. Un piano in 20 punti che mette insieme tregua, ostaggi, ricostruzione e un governo tecnico. Alla base dell’intesa c’è il piano presentato dagli Usa dopo mesi di mediazione con Qatar, Egitto e Turchia. I punti chiave: rilascio immediato di tutti gli ostaggi israeliani e restituzione delle salme, cessazione delle ostilità, ingresso massiccio di aiuti umanitari gestiti da Onu e Croce Rossa, e ritiro in tre fasi delle truppe israeliane da Gaza. In cambio Hamas dovrebbe consegnare le armi e sciogliere il proprio governo de facto a Gaza, passando i poteri a un comitato di tecnocrati palestinesi. La sicurezza del territorio verrebbe affidata a un nuovo organismo internazionale, il tanto decantato “Board of Peace” presieduto dallo stesso Trump e con la partecipazione di figure come l’ex premier britannico Tony Blair. Sulla carta girava da mesi ma il piano di attuazione sembrava una chimera lontana. Ora stando ai fatti sembrerebbe realtà. Sul piano politico, Gaza resterebbe separata ma con la prospettiva di ricongiungersi alla Cisgiordania in vista di uno Stato palestinese. Trump si è impegnato a non consentire annessioni. Previsto anche un pacchetto da 5 miliardi di euro per la ricostruzione sostenuto dall’Ue, con una zona economica speciale per attrarre investimenti: “Creeremo lavoro, opportunità e speranza per il futuro di Gaza”, ha promesso il presidente Usa con quel fare ridondante da pioniere dell’economia di pace che lo distingue. Netanyahu gli ha espresso sostegno totale: “Riporterà a casa i nostri ostaggi, smantellerà Hamas e garantirà che Gaza non minacci mai più Israele”. E definisce il progetto del Tycoon: “una vittoria nazionale e morale”. Anche Abu Mazen ha accolto con favore l’annuncio, sperando che sia il preludio a una soluzione politica permanente. Resta però il nodo Hamas. Il gruppo ha chiesto garanzie sul rispetto del cessate il fuoco e sul ritiro israeliano, ma ha rigettato l’idea di una resa incondizionata e l’ipotesi Blair a capo della transizione. I mediatori temono rotture: gli scambi di prigionieri erano già stati sospesi per presunte violazioni. L’accordo di Trump è ambizioso ma anche fragile. Mette insieme ciò che due anni di guerra non sono riusciti a ottenere: disarmo, ritiro, ostaggi e ricostruzione. Ma poggia su un equilibrio precario. Il vero banco di prova sarà l’attuazione: chi controllerà il disarmo, in quali tempi uscirà Israele, chi gestirà i 5 miliardi della ricostruzione. Senza fiducia reciproca e senza un meccanismo di verifica credibile, il rischio è che l’“accordo storico” si arena alla prima violazione, come le tregue precedenti. Trump ci mette la firma e il peso americano. Ma a Gaza la pace non si firma si costruisce, giorno dopo giorno.



