Bologna, 2 agosto 1980: perché è riduttivo definirla “strage fascista”

domenica, 2 Agosto 2026
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Oggi, 2 agosto, ricorre il 46° anniversario della strage alla stazione di Bologna, l’eccidio più terribile della storia repubblicana. Come ogni anno, la città ripiega nel proprio dolore e piange le 85 vittime. E, come ogni anno, il tono delle celebrazioni lo fornisce il Quirinale.

Il presidente Sergio Mattarella parla in un messaggio di «strategia neofascista» che pretendeva di «distruggere i valori di libertà e democrazia». Più articolato il ragionamento del presidente del Senato, Ignazio La Russa: «È doveroso ricordare nuovamente che la verità giudiziaria ha attribuito con sentenza definitiva alla “matrice fascista” la responsabilità di questa orribile strage. È altrettanto doveroso unirsi alla richiesta che viene da più parti di proseguire nella ricerca della completa verità. Lo dobbiamo all’Italia». La seconda carica dello Stato non contesta la “matrice fascista” della strage. Però non ritiene sia giusto fermarsi a questo punto. Perché la verità è ancora, a suo giudizio, da ricostruire completamente.

Sembra una sfumatura rispetto al discorso del capo dello Stato, ma non lo è. Nel parlare di “strategia neofascista”, Mattarella chiude in sostanza il discorso storico-politico sulle responsabilità della strage a ulteriori interpretazioni e approfondimenti. La Russa dice invece che bisogna andare oltre. Chi ha ragione?

Diciamo che il presidente della Repubblica mette il suggello alla tendenza, ormai consolidata a livello ufficiale, di far coincidere la verità storica con quella giudiziaria. Il presidente del Senato fa invece intendere che l’Italia non si può accontentare di quello che hanno stabilito i giudici, perché lo sfondo e il contesto in cui avvenne la strage di Bologna non sono stati ancora del tutto delineati e precisati. E questo, oggi, è un compito che spetta, non ai magistrati, ma agli storici.

Piaccia o meno, La Russa solleva un problema reale. Perché è stato ideato e attuato quel terribile eccidio? Quali obiettivi si intendevano perseguire con quell’atroce gesto? Non tutto è stato detto.

La sentenza definitiva del 1995 ha condannato i Nar, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna». Nel 2007 si è poi aggiunta la condanna di Luigi Ciavardini, e nel 2023 quella di Gilberto Cavallini. Questa verità non ha convinto tutta l’opinione pubblica. Una parte ritiene insufficienti gli elementi che hanno portato alla condanna di questi imputati. Ma tant’è, questa è ormai la verità giudiziaria.

Sempre in anni recenti, una ulteriore inchiesta della procura di Bologna e i successivi gradi di giudizio hanno stabilito che i capi della loggia P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani finanziarono gli esecutori materiali e altri organizzatori della strage, fra cui l’ex funzionario del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari riservati fino al 1974.

Qui però l’affare si ingarbuglia, perché parliamo di personaggi ben inseriti nel sistema di potere dell’Italia di allora. Su Gelli e Ortolani sono state ormai scritte enciclopedie. Meno famoso è D’Amato, ma si tratta di uno degli uomini più potenti dell’Italia del dopoguerra. Basterà dire che divenne uno dei principali collaboratori italiani dell’Oss, il servizio segreto Usa, poi divenuto Cia, che operava durante la Seconda guerra mondiale. Fu proprio grazie a D’Amato che gli americani vennero in possesso dell’archivio dell’Ovra, la polizia segreta fascista. Lo chiamavano la “spia intoccabile”. E infatti nessuno lo toccò mai, almeno finché era in vita. L’inchiesta che lo riguardò partì solo all’inizio degli anni 2020, cioè venticinque anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1996.

Possibile mai che tutti questi signori avessero in mente una strategia “neofascista” di sovvertimento dell’ordine democratico in pieno 1980, mentre l’Italia aveva passato e superato il trauma del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, mentre la sinistra era al suo massimo storico e mentre la guerra fredda si avviava a vivere il suo ultimo decennio?

Evidentemente, c’è qualcosa che manca nel quadro. Ci sono livelli più oscuri da perlustrare. La presenza di un tassello mancante la evoca proprio oggi, nella  dolorosa ricorrenza, l’ex pm anti-terrorismo Carlo Mastelloni, che in una dichiarazione all’Ansa rileva che «ancora manca la individuazione dei mandanti americani che rifornirono gli ufficiali pagatori». L’ex magistrato ricorda che D’Amato «negli Usa aveva solidissimi referenti».

Ma, se è riduttivo parlare di “strategia neofascista”, dove va allora collocato il quadro in cui è maturato il disegno stragista? È inevitabile cercare nell’ambito delle tensioni internazionali che interessavano l’Italia in quegli anni.

Una linea di ricerca porta a Ustica, strage avvenuta 36 giorni prima l’eccidio di Bologna. Il sospetto di qualcuno, decisamente atroce, è che la strage alla stazione abbia spostato l’attenzione dell’opinione pubblica (in quelle settimane fortissima), dalla scomparsa del DC9 dell’Itavia (e dalle possibili responsabilità della Nato), al “disegno eversivo neofascista”.

In chiusura citiamo una fonte davvero non sospetta, il deputato di estrema sinistra  (e quindi antifascista doc) Luigi Cipriani (Democrazia Proletaria). Siamo nella legislatura 1987- 1992. Cipriani fa parte della Commissione Parlamentare Stragi. Ecco l’appello che rivolge, nel corso di un suo intervento, all’allora al capo dello Stato, Francesco Cossiga: «Signor presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole “strage fascista”, perché ciò fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi – e ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia e Stati Uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è depistaggio, bisogna scrivere “strage di Stato”».

Il richiamo al neofascismo, oggi come ieri, può coprire verità più imbarazzanti.

 

 

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