“Il vero veleno del nostro tempo non è il pessimismo, ma la cultura del rancore.” Da questa convinzione prende forma L’antidoto, il nuovo libro di Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio: un manifesto contro il catastrofismo e in difesa di un ottimismo fondato sui dati e sulla fiducia nel futuro. Lo abbiamo incontrato sabato 1 agosto per Lo Speciale Giornale alla serata inaugurale di Capalbio Libri, il festival letterario giunto alla sua XX edizione, dove Claudio Cerasa ha presentato il volume, edito da Silvio Berlusconi Editore.
Il titolo della sua pubblicazione è “L’antidoto”. Un antidoto presuppone un veleno. Qual è il veleno più sottovalutato del nostro tempo? Il pessimismo in sé o l’abitudine a trasformarlo in una forma di prestigio intellettuale?
Il veleno è la diffusione incontrollata della cultura del rancore, il veleno alimenta dei meccanismi pericolosi, crea sfiducia nella democrazia, indebolisce le istituzioni che difendono la nostra libertà e il sistema democratico.
Cosa rappresenta per lei il prestigioso palcoscenico letterario di Capalbio?
Ero già stato qui, esserci è naturalmente un grande piacere, c’è un pubblico particolarmente attento, difficile da conquistare. Il mio obiettivo è quello di far incuriosire la platea, provare a non far perdere loro la fiducia nel futuro, non è vero che non ci sono soluzioni e che debba prevalere la rassegnazione.

Sostiene che oggi l’ottimismo sia quasi guardato con sospetto. C’è stato un momento storico in cui essere progressisti significava avere fiducia nel futuro; oggi sembra quasi il contrario. Quando il pessimismo è diventato una virtù culturale?
Dal momento in cui la nostalgia è diventata dominante, destra e sinistra sono le forze politiche ostaggio della nostalgia, se si guarda al passato sembra che l’unico modo per andare avanti sia guardare indietro. Prevale la logica del “si stava meglio quando si stava peggio”. Ribaltare il meccanismo perverso significa cercare di sforzarsi di avere una disciplina per cercare un ordine attraverso il disordine. Il bicchiere mezzo pieno fa parte della nostra esistenza.
Nel libro contrappone spesso la percezione ai dati. La storia insegna che i dati non parlano mai da soli: hanno sempre bisogno di un’interpretazione. Chi decide quando un dato racconta progresso e quando invece racconta un rischio?
Il trend che permette di capire come si evolverà un determinato fenomeno. Se ci emancipiamo dalla dittatura del singolo frame, del trend, capiremo di più il mondo e lo studieremo per quello che è, non per quello che sembra.
Da direttore vive ogni giorno dentro una macchina che tende naturalmente a privilegiare il conflitto, l’allarme, l’eccezione. Il giornalismo può davvero essere un antidoto al catastrofismo quando la notizia, per definizione, è quasi sempre la cattiva notizia?
Il giornalismo è parte del problema quando smette di raccontare il mondo, ciò che funziona e combattere l’ansia, alimentando l’impressione che non esistano soluzioni. Non si deve avere paura di sfidare il pensiero dominante, fa paura raccontare che ci sono centenari perché il sistema sanitario funziona, fa paura raccontare che la globalizzazione ha permesso a milioni di persone di uscire dalla povertà, che i fenomeni climatici estremi causavano più vittime negli anni Trenta di quante ne causino oggi. Per raccontare il mondo non va descritto il marcio, ma è necessario avere speranza nel futuro.

Scrive che il catastrofismo alimenta il risentimento. La politica, da sempre, mobilita consenso anche attraverso la paura. Esiste una democrazia che possa fare completamente a meno della paura come motore del consenso?
La paura fa parte della fisiologica lotta politica. Il tema è la risposta alla paura. La politica offre dei capri espiatori, bisogna evitare di assecondare la paura, non bisogna uscire fuori dal mondo per cercare le risposte.
Nel dibattito pubblico è quasi diventato più facile parlare dei fallimenti dell’Occidente che dei suoi successi. Questa autocritica è il segno della vitalità delle democrazie liberali oppure rischia di trasformarsi in una forma di auto-sabotaggio culturale?
Le democrazie liberali vivono dell’imperfezione, a differenza delle autocrazie imparano dai loro errori e fanno progressi. Gli errori dell’Occidente servono alla democrazia.
Il libro difende il “bicchiere mezzo pieno”. C’è però un rischio: che l’ottimismo venga confuso con una forma di rassicurazione. Come si distingue l’ottimismo ragionato dalla rimozione dei problemi?
L’ottimista irrazionale è colui che si butta dall’aereo senza paracadute, chi ragiona invece cerca di controllare la caduta, ha fiducia nel futuro. L’ottimista utopista dice che le cose andranno sempre bene. L’ottimista razionale è chi si fa in quattro per trovare una soluzione continuamente. L’ottimista razionale vede il bicchiere sia mezzo pieno, sia mezzo vuoto, l’irrazionale mezzo vuoto, il pessimista vede solo il bicchiere mezzo vuoto.
Nel volume narra dei sospetti preventivi verso l’intelligenza artificiale. Non le sembra che, paradossalmente, molti intellettuali abbiano reagito all’AI nello stesso modo in cui in passato si reagiva alla stampa, al romanzo o perfino alla fotografia: prima demonizzandola e solo dopo comprendendola?
L’AI non è né buona, né cattiva è come l’elettricità: dipende da come la si utilizza. Bisogna imparare ad utilizzarla bene. Il più grande rischio è non utilizzarla, capire le opportunità irripetibili che può offrire per il futuro.
Se fra vent’anni un’intelligenza artificiale fosse capace di scrivere editoriali migliori dei nostri, quale sarebbe il vero valore aggiunto di un direttore? Il giudizio, il gusto, il coraggio, o la responsabilità della firma?
Se l’intelligenza artificiale fa qualcosa meglio di un giornalista, il problema riguarda il giornalista che deve imparare a cercare di rendere il proprio lavoro inimitabile, originale, creativo, deve essere in grado di trovare delle notizie. L’AI è un alleato per la costruzione di talenti all’altezza della sfida.

E’ stato tra i primi direttori a non demonizzare l’AI. Il Foglio, infatti, è il primo quotidiano cartaceo ad avere delle edizioni redatte interamente dall’intelligenza artificiale. Esiste qualcosa che invece la preoccupa davvero riguardo questa nuova tecnologia e di cui oggi si parla troppo poco?
L’AI è piena di insidie, quando viene utilizzata come un modo per fare le cose che dobbiamo fare noi uccide la creatività, il cervello. Bisogna trovare il giusto equilibrio, evitare che abbia un’autonomia tale da diventare indipendente dalla volontà dell’uomo.
Il filosofo Hans Jonas sosteneva che la responsabilità nasce dalla paura delle conseguenze. Lei sembra sostenere quasi il contrario: che l’eccesso di paura paralizza la responsabilità. Dove si trova il punto di equilibrio?
La paura dell’innovazione è giusta, ma non deve diventare terrore di sperimentazione, devono convivere la paura di sbagliare e quella di restare fermi che è considerata a volte una virtù.
Se dovesse scegliere un autore che rappresenta il suo modo di guardare il mondo? Quale libro consiglierebbe a chi vuole vaccinarsi contro il pessimismo?
Il mio (n.d.r. sorride) e poi quello di Hans Rosling.
C’è stato un momento della sua vita professionale in cui ha rischiato di diventare “catastrofista”? Che cosa le ha impedito di cedere a quella tentazione?
Ogni giorno ci si lascia cullare dal catastrofismo, quando vedo Trump, le varie guerre in atto, i bambini che vengono uccisi si ha paura del futuro, ma bisogna reagire e capire ciò che può aiutare a superare il momento, chiudersi nel rancore o cercare il silenzio non è la soluzione.
Parla di antidoto, gli antidoti non eliminano il veleno: insegnano a conviverci. Se dovesse lasciare ai lettori una sola disciplina mentale per difendersi dalla cultura del pessimismo, quale sarebbe?
L’Europa che viene sempre descritta come immobile e che invece di fronte alle minacce sta dando delle risposte, come le reazioni al trumpismo, alla difesa dell’Ucraina, della democrazia. Ci sono fonti di ottimismo all’interno dell’Europa.
Oggi è più rivoluzionario denunciare il futuro o difenderlo?
Nessuna delle due, non demonizzarlo a prescindere è l’approccio giusto.
Se non avesse fatto il giornalista?
Avrei scritto delle guide turistiche.
Se il rancore è il veleno del nostro tempo, l’antidoto, secondo Claudio Cerasa, non è l’ingenuità, ma il coraggio di continuare a credere nel progresso, nella libertà e nella capacità delle democrazie di correggere i propri errori. Un invito controcorrente, che a Capalbio ha trovato nel dialogo con i lettori il suo terreno più naturale.
Courtesy photo of Press Office
L’intervista video su Lo Speciale Giornale a Claudio Cerasa


