«Sono stati fatti molti progressi e un accordo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz è possibile nel giro di un paio di giorni», dice, tanto per cambiare, Donald Trump parlando con i cronisti a bordo dell’Air Force One prima di imbarcarsi da Los Angeles per Las Vegas. Si tratta dell’ennesimo annuncio (i pasdaran ne hanno censiti ben settantacinque dello stesso tenore) per confermare l’imminenza di una svolta diplomatica per risolvere la crisi nel Golfo Persico.
Il magnate spiega perché: «Mi hanno chiamato e hanno detto: “Per favore, parliamone”. Vogliono parlare. La cosa buffa è che non l’avevano mai detto; dicono sempre: “Non trattiamo”. Ma poi chiamano, vogliono parlare, stiamo parlando». Secondo Axios, che cita un funzionario americano, la Casa Bianca punta a chiudere nelle prossime ore un accordo ad interim negoziato da Stati Uniti, Iran e Oman. L’obiettivo principale dell’intesa è ripristinare il cessate il fuoco tra Washington e Teheran e creare le condizioni per riavviare le trattative sul nucleare. La presunta svolta diplomatica arriva dopo che sabato scorso Trump ha scelto di congelare un piano per un massiccio attacco aereo contro l’Iran, concedendo un’ulteriore opportunità alla diplomazia. Qualora l’accordo dovesse saltare, il presidente potrebbe tuttavia dare nuovamente il via libera ai raid. L’intesa in fase di definizione concederebbe all’Iran un livello di controllo sul traffico dello Stretto che non aveva prima del conflitto.
Nel dettaglio, la bozza stabilisce un regime temporaneo di sessanta giorni, prorogabile, secondo queste regole: rotte separate, tutto il traffico navale in entrata verso il Golfo navigherà nella corsia settentrionale in acque territoriali iraniane; il traffico in uscita verso il Mare Arabico utilizzerà invece la corsia meridionale, acque dell’Oman, in coordinamento con Teheran. Durante i primi sessanta giorni non verrà applicata alcuna tassa di transito; entro 30 giorni si lavorerà alla bonifica dalle mine navali della fascia centrale dello Stretto, che una volta ripulita diventerà la rotta per un accordo permanente tra Oman e Iran.
Oltre all’Oman, nei colloqui sono stati coinvolti attivamente funzionari di Qatar, Pakistan e Arabia Saudita. Negli ultimi giorni si sono susseguiti contatti diretti tra l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il ministro degli Esteri dell’Oman Badr al-Busaidi. Un cauto ottimismo permane a Washington dopo che, tre settimane fa, un’intesa analoga era fallita a causa della ripresa degli attacchi iraniani ai mercantili, sfociando in due settimane di scontri. Araghchi avrebbe espresso il suo assenso nel fine settimana e, come confermato da fonti ufficiali, anche la leadership di Teheran avrebbe dato l’approvazione definitiva all’accordo.
Ma c’è chi, nella controparte, si fa beffe del presidente statunitense avendone contato gli annunci, spesso controversi: «L’approccio di Trump ai colloqui con l’Iran è contraddittorio e inaffidabile – ha detto Esmaeil Kosari, membro della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano – ha affermato per 75 volte che lo Stretto di Hormuz era aperto, mentre in realtà non lo era; ha anche parlato per 106 volte della sconfitta dell’Iran e per 88 volte di un imminente accordo tra il suo Paese e l’Iran».
Anche il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha sentito Araghchi: «Mi ha illustrato la trattativa che l’Iran sta avendo con l’Oman per riaprire lo stretto di Hormuz al traffico commerciale. Ho ribadito l’importanza di proseguire il dialogo per arrivare rapidamente a una soluzione politica della crisi anche con gli Stati Uniti ed evitare nuove escalation. È essenziale garantire la piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, senza pedaggi o limitazioni, nell’interesse della stabilità regionale e dell’economia globale». L’emittente Al Jazeera conferma che restano, in effetti, solo una o due questioni irrisolte nei colloqui tra Iran e Oman e non sembrano particolarmente spinose.
Secondo alcuni osservatori, però, l’Iran starebbe seriamente considerando di chiudere l’accordo con gli americani se non altro per l’enorme ricavo che ricaverebbe: si pensa a circa 3 mld di dollari all’anno da tariffe. Strozzare lo Stretto di Hormuz, attraverso cui normalmente transita un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, ha dato infatti ai leader iraniani una leva immensa sui propri avversari. Almeno per il momento.



