“Ma cosa sta succedendo? Davvero siamo arrivati al punto in cui qualcuno decide chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi andarsene? Io sono anche abituato a contestazioni e insulti, a volte può accadere, nessun dramma. Faccio politica da una vita: non è questo il problema”. Matteo Salvini affida a Instagram la sua replica alla contestazione ricevuta durante il concerto di Diodato, organizzato all’Agnata, la residenza gallurese di Fabrizio De André oggi custodita da Dori Ghezzi.
L’episodio è avvenuto pochi minuti dopo l’inizio del concerto, inserito nel programma di Time in Jazz e dedicato al cantautore genovese. Una spettatrice si è alzata rivolgendosi a Diodato: “Tu sei bravissimo, ma non è possibile che qui sia presente una persona che con le canzoni di De André non c’entra niente. Io mi sento offesa e non posso continuare a restare qui”. La ragazza ha quindi lasciato il parterre, tra i fischi di una parte del pubblico e i cori “fuori” rivolti al leader della Lega.
A interrompere la tensione è stata Dori Ghezzi, salita sul palco per prendere il microfono: “Ascoltatemi io non sono d’accordo con voi. Io la penso diversamente, sono sempre di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo. Perché? Perché sennò non sarebbe più un Paese democratico, dove possiamo votare”. Un intervento che non cancella le differenze politiche, ma rivendica un principio elementare: il confronto non può trasformarsi nella selezione di chi abbia diritto a partecipare a un evento culturale.
È proprio qui che la vicenda diventa qualcosa di più di una contestazione a un esponente politico. Perché il nome di De André è stato utilizzato come una sorta di certificato di appartenenza: Salvini, per le sue idee e per la sua storia politica, sarebbe incompatibile con l’ascolto delle sue canzoni. Ma è difficile immaginare qualcosa di più lontano dallo spirito di un artista che ha sempre diffidato delle appartenenze rigide.
De André era anarchico, agnostico o fortemente critico verso ogni dogma o potere religioso pur nutrendo un interesse spirituale e umano per la figura di Gesù, visto come il più grande rivoluzionario della storia. Ma era anche un uomo capace di dialogare con figure apparentemente lontane dal proprio universo ideologico, come don Andrea Gallo. La sua opera non è mai stata un manifesto di appartenenza da esibire all’ingresso di un concerto. Al contrario, ha raccontato gli ultimi, i marginali, i diversi, gli sconfitti, ma anche le contraddizioni degli uomini e delle società. Ridurla a una tessera politica significa, paradossalmente, fare proprio ciò che De André sembrava voler evitare.
Salvini, del resto, rivendica da tempo il proprio rapporto con il cantautore. “Amo De André dai tempi del liceo, grazie ai dischi dei miei genitori”, ha raccontato, ricordando di aver contribuito all’assegnazione dell’Ambrogino d’oro alla sua memoria.
La contestazione ha però aperto un secondo fronte, quello della memoria familiare. Alice De André, nipote del cantautore, ha difeso la spettatrice e attaccato Salvini: “Una ragazza che contesta un politico ad un concerto di De André non è fuori luogo, è forse una delle cose più coerenti che sia successa durante tutta la serata”. E ancora: “Mio nonno del silenzio educato se ne faceva molto poco. Mio nonno avrebbe fermato il concerto e probabilmente avrebbe chiesto a Salvini che c…o ci faceva lì”.
Ma se è legittimo contestare un politico, sostenere che Salvini non abbia il diritto di ascoltare De André ovviamente lascia perplessi. Introdurre un principio di esclusione culturale è difficile da conciliare con l’idea stessa di libertà che De André ha rappresentato.
E forse è significativo che, nel momento più acceso della serata, sia stata proprio Dori Ghezzi a ricordare che il dissenso non può cancellare il dialogo. “Io la penso diversamente, sono sempre di sinistra”, ha detto. Ma subito dopo ha aggiunto che è necessario confrontarsi, perché altrimenti “non sarebbe più un Paese democratico”. Così un artista che ha fatto della libertà, dell’anticonformismo e della diffidenza verso ogni potere una parte essenziale della propria poetica finisce così per diventare il simbolo di una nuova frontiera ideologica: quella che stabilisce chi è abbastanza “deandreiano” e chi non lo è.
Ma De André non aveva bisogno di essere difeso da Salvini, né Salvini ha bisogno di essere considerato “degno” di De André. Le sue canzoni appartengono a chi le ascolta, anche a chi non ne condivide la politica o la visione del mondo. E se davvero si vuole custodire l’eredità di Faber, sarebbe più coerente accettare che dentro quella eredità ci sia anche la libertà di assistere a un concerto.



