Le nuove regole sono entrate in vigore il 12 giugno scorso: resta confermato, sia pure con qualche correttivo, il Regolamento di Dublino che penalizza il nostro Paese. E il segnale che arriva da Berlino, che vuole rimandare in Italia alcuni richiedenti asilo, dimostra che il “Testo unico” europeo difficilmente metterà fine alle controversie tra gli Stati membri.
Dopo sei anni di trattative serrate tra Commissione europea, Parlamento e i governi dei 27 Stati membri, il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il nuovo «patto europeo sui migranti». L’obiettivo dichiarato è superare la frammentazione delle norme in materia di immigrazione, a cominciare dal Regolamento di Dublino, la cui terza versione venne approvata nel giugno del 2013. Ora lo sostituirà il Seac (Sistema europeo di asilo), una sorta di Testo Unico, composto da 10 provvedimenti, che si propone di mettere fine ai contenziosi giuridici e alle polemiche politiche tra le diverse nazioni, in particolare tra il blocco del Sud e quello del Nord.
Come cambia Dublino
Per anni, la norma cardine del Regolamento di Dublino è stata la più controversa e la più contestata da Italia, Grecia e Malta. Prevedeva che le domande dei richiedenti asilo dovessero essere esaminate nel primo Stato di arrivo. L’amministrazione italiana, quindi, doveva vagliare le richieste di tutti i migranti che sbarcavano sulle nostre coste: un peso sproporzionato rispetto a quello degli altri partner della UE.
I numeri fotografano lo squilibrio. Secondo l’Iom (Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’Agenzia dell’Onu), nel 2025 sono entrati nell’Unione 158.003 migranti — un dato che si riferisce solo alle persone identificate e registrate. Quasi la metà, 66.316 tra uomini, donne e bambini, sono approdati in Italia, viaggiando sulle carrette del mare, in balia dei trafficanti. È pesante anche il carico per la Grecia, considerando le dimensioni più ridotte dell’economia e della capacità di assorbimento: 48.916 sbarchi. Terzo posto per la Spagna, con 36.775. Il trend generale, anche per l’Italia, è in diminuzione dal 2023. Tuttavia, lo squilibrio resta evidente.
La nuova formulazione del «Patto» modifica solo in parte il meccanismo previsto per i cosiddetti «dublinanti». Resta valida la norma base: tocca al Paese del primo arrivo esaminare le richieste di asilo. Con un correttivo: per tutti gli altri membri della UE scatta l’obbligo di solidarietà. Se uno Stato, come l’Italia, si trova sotto «forte pressione migratoria», può chiedere il ricollocamento al massimo di 30 mila migranti in altri Stati.
Il meccanismo, tuttavia, andrà messo alla prova su due aspetti cruciali. Primo: è la Commissione a dover stabilire se un Paese si trovi effettivamente «sotto pressione migratoria» — ed è facile prevedere che sorgeranno problemi di interpretazione tra Roma, Madrid, Atene da una parte e Bruxelles dall’altra. Secondo: gli altri Stati potranno a loro volta contestare i criteri fissati per stabilire la loro quota di pertinenza. Infine, resta una scappatoia per gli Stati più ricchi: chi rifiuta il ricollocamento potrà versare al partner «sotto pressione» 20 mila euro per migrante.
Gli hub fuori dai confini
Il dibattito sul diritto di asilo solleva una questione che causa aspre divisioni tra le forze politiche in Italia e in Europa: quanti sono davvero i profughi che hanno diritto alla protezione e quanti sono, invece, i migranti economici? Le statistiche sono parziali, perché non comprendono la vasta area di illegali confinati nell’economia in nero. Secondo Eurostat, nel 2024 i 27 Paesi della UE hanno esaminato 997.815 richieste di protezione internazionale e ne hanno concesse 437.910: quasi una su due. Anche qui le cifre mostrano uno sbilanciamento: l’Italia da sola ha ricevuto 158.605 richieste, riconoscendone il 35,9%. È al terzo posto, dietro la Spagna e la capolista Germania, che ne ha analizzate 250.945, accogliendone il 53,4%. Come si vede, dunque, le procedure possono essere più o meno restrittive, a seconda dei governi al comando.
Tutti, però, si sono trovati d’accordo su un punto: accelerare le procedure per stabilire chi ha diritto all’asilo, respingendo il più rapidamente possibile tutti gli altri. Da questa premessa sono derivate le nuove regole, che si articolano in due fasi distinte:
- Screening (massimo 7 giorni): tutti i migranti vengono identificati tramite impronte digitali e caratteristiche biometriche. Le autorità ne accertano le condizioni di salute, verificano la provenienza e valutano se siano stati costretti a fuggire per ragioni di sicurezza.
- Iter amministrativo e giudiziario (massimo 12 settimane): conclusa la fase di screening, si apre il procedimento — compresi gli eventuali appelli — per stabilire se accordare il diritto di asilo o procedere al rimpatrio. In questo periodo i richiedenti asilo potranno essere trattenuti anche negli «hub», le strutture costruite ai confini dell’Unione europea.
Rimpatri e movimento dentro la UE
L’altro annoso problema è quello dei rimpatri. Una volta negato il diritto di asilo, resta da capire se e come sia possibile rimandare indietro i migranti in condizioni di sicurezza.
Il nuovo «Patto» introduce l’«Ordine europeo di rimpatrio»: la decisione di uno Stato potrà essere immediatamente eseguita anche negli altri Paesi dell’Unione, con l’obiettivo evidente di evitare che i migranti possano sfuggire all’ordine di rimpatrio spostandosi in un’altra parte dell’Europa.
Inoltre, gli hub extra confine potranno essere utilizzati come centri di detenzione per i migranti in attesa di rimpatrio. Le norme europee consentono ai singoli Stati di stipulare accordi con «Paesi sicuri» che garantiscano il «rispetto dei diritti fondamentali». La lista sta suscitando le aspre critiche delle organizzazioni umanitarie, perché comprende anche Libia, Tunisia ed Egitto. La detenzione dei migranti in attesa di rimpatrio può durare fino a 30 mesi — dopodiché, però, non è chiaro che cosa ne sarà di loro.
Infine, la stretta sui movimenti interni all’Unione europea. Le informazioni sui migranti vengono registrate nel Paese di arrivo e confluiscono nell’Eurodac, una banca dati condivisa da tutti gli Stati. Questo consente a un governo di rimandare in un’altra nazione europea i richiedenti asilo che si sono spostati illegalmente al suo interno. È esattamente il caso sollevato dalla Germania, che ha annunciato di voler rimandare in Italia alcuni migranti già registrati nel nostro Paese. Al momento si tratta di poche decine di persone, ma il segnale politico non va sottovalutato: la Commissione europea condurrà una prima ricognizione sull’attuazione del nuovo Patto — e quindi anche sui movimenti interni — a fine ottobre. Fino ad allora, il caso Berlino resterà il primo vero banco di prova per la tenuta del nuovo sistema.
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