Lavitola e l’attesa, Ranucci va all’attacco

mercoledì, 19 Agosto 2026
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Un vero e proprio terremoto politico e mediatico si sta abbattendo su Report e sul suo conduttore Sigfrido Ranucci, che sembra sempre più un uomo solo al comando. Alla bufera originata dalle recenti e clamorose rivelazioni dell’inchiesta sull’attentato subito dal giornalista — e dalle controverse dinamiche emerse con l’ex faccendiere Valter Lavitola in carcere reo confesso come mandante dell’attentato dello scorso 15 ottobre — si sommano attacchi incrociati sui costi della trasmissione e frenetici retroscena sui possibili scenari per un cambio alla conduzione dello storico programma di inchiesta.

Caso Ranucci, la prima uscita pubblica del conduttore tra applausi e veleni

Nelle sue prime uscite pubbliche dopo il blitz giudiziario, durante la presentazione del suo ultimo libro Il ritorno della casta a Lavarone davanti a mille persone, Ranucci ha respinto con fermezza tutte le accuse: “Tra la mia gente sto sempre bene. Dell’inchiesta non parlo, parlerò per rispetto prima con la magistratura. Sto subendo un attacco vergognoso dai mezzi di informazione — ha tuonato davanti al pubblico —. Report è una trasmissione virtuosa che costa appena 159 mila euro a puntata e fa ascolti altissimi; se l’azienda si lamenta è come se il Papa si lamentasse del Giubileo”. Quanto all’ipotesi di essere sollevato dal suo incarico, la replica è un misto di sfida ed erigersi a baluardo della storia della testata: “La Rai di me può fare quello che vuole, l’azienda è l’azienda”.
Tuttavia, le forti tensioni interne ed esterne e la pioggia di polemiche rendono la posizione del giornalista sempre più instabile. Con un’ennesima stoccata a FDI che per bocca della presidente commissione antifmafia Chiara Colosimo ha parlato della possibilità di ridurgli la scorta: “Non decide lei”.

Il ruolo di Lavitola e le ombre sull’attentato

Al centro del ciclone giudiziario ed etico vi è la figura di Valter Lavitola, l’ex faccendiere arrestato ad agosto come presunto mandante dell’ordigno fatto esplodere nell’ottobre 2025 sotto la palazzina di Ranucci e reo confesso nonostante restino molte ombre. Dagli atti dell’indagine e dagli interrogatori resi al gip, infatti, emerge un quadro sconcertante e denso di opacità. Lavitola ha confessato di aver orchestrato l’atto intimidatorio per fare “un bene” all’amico, puntando ad allarmare le istituzioni per far innalzare la scorta al conduttore e proteggerlo dai suoi detrattori.

Ma le reali mire del faccendiere, sorgenti già dal 2020 con l’inizio della loro frequentazione, spaziavano ben oltre. Lavitola puntava in primis ad affari milionari sul programma: ammette al gip di aver coltivato il progetto di creare una società per ottenere la produzione esterna di Report, convinto che così facendo si sarebbe “sistemato economicamente”. Sullo sfondo rimaneva inoltre l’ambizioso dossier politico, con sondaggi ideati per lanciare la candidatura di Ranucci.

I messaggi e le telefonate notturne agli atti mostrano come, anche di fronte ai sospetti degli inquirenti, il giornalista assecondasse le tesi dell’amico, rimanendo incredulo e fornendo una sponda ai suoi tentativi di accreditare piste alternative. Ricostruzioni che, sommate all’ipotesi di mail aziendali inoltrate dal conduttore a Lavitola menzionate nell’ordinanza del gip, hanno acceso i riflettori sui profili di sicurezza e correttezza deontologica della condotta di Ranucci.

La sostituzione di Ranucci: il no di Gabanelli, il nodo Mottola e il gossip su Federico Ruffo

Di fronte a un caso diventato incandescente nei corridoi che contano della tv pubblica si rincorrono da giorni le voci sull’eventuale avvicendamento alla guida di Report. La nota del legale del giornalista, Roberto De Vita, è durissima: “Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci, e quindi della trasmissione Report, sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsita’ che, nonostante la posizione netta e chiara della autorita’ giudiziaria sulla vittima e la sua inconsapevolezza, sono state alimentate incessantemente da polemiche pretestuose anche all’interno della azienda. Motivazioni laterali alla vicenda, quali frequentazioni, fonti e inchieste controverse, sarebbero espedienti e artifici formali e sostanziali. Motivazioni inerenti una ‘incompatibilita’ ambientale’ attesa la ridondanza della vicenda e i suoi riflessi negativi per l’azienda, sarebbero pretesto cortese e si tradurrebbero di fatto nella punizione della vittima, che ben poco ospizio ha nel nostro ordinamento. Ogni ulteriore ed altra giustificazione sconterebbe inoltre le gia’ manifestate indicazioni condizionanti di esponenti di vertice governativo e istituzionale, collocando nell’orbita della decisione politica le iniziative della Rai nei confronti del conduttore e della trasmissione. Per questo saggezza ed equilibrio, considerati anche casi precedenti, dovrebbero portare ad attendere che la conclusione delle indagini giudiziarie consenta di solidarizzare senza esitazione verso la vittima di un grave attentato e anche per questo confermarla alla guida della piu’ importante trasmissione di inchiesta italiana oppure (cosa che non sara’ ed e’ gia’ ben evidente) censurare consapevoli o inconsapevoli disinvolture (la cui esistenza si rinviene solo nelle dichiarazioni e negli scritti di politici e giornalisti da sempre animati da spirito di rivalsa nei confronti di Report)”.

Intanto però la Rai valuta il cambio. Il nome di riferimento per un ritorno ad un giornalismo d’inchiesta di matrice storica era stato quello della fondatrice Milena Gabanelli. Contattata da emissari della Rai per rilevare la trasmissione, la giornalista ha però risposto con un secco “niet” in un intervista a Hoara Borselli: “Con tutto il bene che voglio a Report, fa parte del mio passato — ha chiarito con decisione —. Non torno perché non mi va bene il rito della riesumazione. I programmi sono fatti dalla squadra, il singolo non fa nulla”.

Esclusa la carta del ritorno alle origini, tra i corridoi si parla con insistenza di una soluzione interna, sulla falsariga di quanto sperimentato con successo da Raitre a Chi l’ha visto? dopo l’era Sciarelli. Il nome più accreditato all’interno della redazione è quello dello storico inviato Giorgio Mottola. Anche lui, tuttavia, è finito repentinamente al centro del mirino mediatico del centro destra in seguito all’inchiesta del quotidiano Il Tempo, che ha reso noti i presunti rimborsi e i compensi “monstre” legati alla produzione delle sue inchieste (oltre 300 mila euro  nel 2026), indebolendone la candidatura.

A complicare ulteriormente il quadro ci si è messa anche la pagina di gossip televisivo Boicotterai, molto addentrata nelle dinamiche segrete della TV di Stato, che ha lanciato l’indiscrezione secondo cui il conduttore Federico Ruffo sarebbe pronto a rilevare il testimone di Ranucci alla guida del format nonostante in molti non ritengano plausibile questa opzione. Un altro nome caldo nei retroscena era stato quello di Massimo Giletti, ma il conduttore ha confermato pubblicamente sui social il ritorno a Lo Stato delle Cose peraltro già presentato ad Ancona nei palinsesti.

Molti analisti ed esperti della Rai ritengono tuttavia che l’Amministratore Delegato Giampaolo Rossi stia prendendo tempo. Rossi attende di ponderare non solo l’analisi dettagliata del comitato etico dell’azienda — chiamato a valutare l’ordinanza del gip e il capitolo delle mail aziendali inoltrate ad esterni —, ma anche la relazione del team legale Rai, indispensabile per blindare sotto il profilo contrattuale un eventuale cambio di collocazione del giornalista e resistere a prevedibili ricorsi di natura lavorativa.
In questo scenario ingarbugliato, il miglior alleato (seppur paradossale) del conduttore di Report è stato Matteo Salvini. Le dichiarazioni dirette del vicepremier e leader della Lega, che ha chiesto apertamente a Ranucci di “fare un passo indietro” e prendersi una pausa dalla conduzione, hanno sortito l’effetto opposto, parzialmente blindandolo.

Secondo le rigide direttive del European Media Freedom Act dell’Unione Europea — sollecitato sul punto dalle opposizioni —, la Rai e il servizio pubblico non possono subire ingerenze dirette dal potere politico. Un’immediata cacciata del conduttore a ridosso dell’uscita a gamba tesa di un capo partito avrebbe tutta l’aria di un’esecuzione politica punitiva.

Ranucci resta così sospeso su un filo sottilissimo e sempre più in bilico, ma in Viale Mazzini la partita per il futuro di Report si preannuncia ancora lunga e da giocare.

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