È inutile fare finta di niente: la vicenda del drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia è un fatto grave. Non è un incidente ma un atto di guerra (ibrida), come dice il governo tedesco. Nella migliore delle ipotesi, è una provocazione pesante. È come quando qualcuno alza il braccio per darti un pugno e poi si ferma. Il messaggio è: “La prossima volta faccio sul serio e ti colpisco per davvero”.
Come sappiamo, Berlino ha reagito energicamente e ha chiuso il consolato russo di Bonn. Mosca s’è infuriata e ha minacciato risposte dure. Anche Ursula von der Leyen si è messa l’elmetto, invitando i governi europei a fare altrettanto. «Voglio essere molto chiara -ha detto-, questo è stato un attacco con materiale militare portato avanti da un’operazione della Russia in territorio europeo. Non lo tolleriamo. Quest’ intimidazione non funzionerà, l’Ue e la Nato sono uniti. Non solo manterremo alta la pressione sulla Russia, ma la alzeremo». Resta da capire che cosa intende, la presidente della Commissione Ue, per “alzare la pressione”. Se le parole hanno un senso, vuol dire che, a un’escalation russa, corrisponderà un’escalation europea (sul piano politico). E della Nato (su quello militare).
Ci dobbiamo preoccupare? E sì, ci dobbiamo preoccupare. Le provocazioni russe non erano mai arrivate fino a questo punto, fino cioè al punto di minacciare un Paese guida dell’Europa occidentale.
Resta però da capire di cosa ci dobbiamo precisamente preoccupare. La prima idea che viene in mente è un eventuale attacco a un Paese baltico della Nato, area dove si sono finora registrate le maggiori provocazioni di Mosca, con sconfinamenti di jet e droni. La miccia potrebbe essere l’enclave russa di Kaliningrad, incastonata tra Polonia e Lituania. Le simulazioni di guerra tendono generalmente a partire da lì.
Ma perché Vladimir Putin dovrebbe farlo? Qui sta il punto. Gli analisti occidentali tendono a dire che l’uomo forte di Mosca potrebbe tentare un’azione contro l’Alleanza Atlantica confidando sulla disunione dell’Europa. E tutto ciò al fine di compensare, davanti all’opinione pubblica del suo Paese, lo stallo sul fronte ucraino. Quindi l’obiettivo di Mosca non sarebbe tanto quello di ottenere una grande vittoria militare, quanto piuttosto un risultato psicologico-politico: la riluttanza europea a sviluppare una dura risposta militare all’eventuale occupazione del più piccolo centro estone, lettone o lituano potrebbe diventare una grande vittoria propagandistica per Putin, con una conseguente umiliazione politica per l’Europa e la Nato.
Si dà però il caso che governi e comandi militari Nato siano preparati a una simile eventualità. E quindi la risposta, a dispetto degli auspici del Cremlino, potrebbe anche essere molto dura, con conseguenze che mette i brividi solo a pensarle.
Il discorso però cambia se, dal fronte europeo, ci spostiamo a quello globale, cioè alle aree di conflitto (reali e potenziali) presenti oggi nel mondo, dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico e al Mar della Cina. È qui che il confronto non è più solo tra Europa e Russia, ma tra Occidente e quello che potremmo definire l’”Asse antagonista” formato da Russia, Cina e Iran.
La realtà di questi ultimi mesi ci dice che il primo fronte, quello occidentale, è sostanzialmente diviso. E ciò innanzi tutto per il cuneo tra Europa e Usa che si è formato a causa della politica di Donald Trump.
Ecco dunque che la provocazione di Mosca potrebbe essere diretta a produrre divisioni in un’Europa che è parte integrante di un Occidente già, a sua volta, diviso. La scommessa di Putin può essere così formulata: accorrerebbe l’America di Trump a sostegno di un’Europa ancora militarmente fragile?
Gli auspici del capo del Cremlino potrebbero rivelarsi fallaci. Rimane però il fatto che gli attuali rapporti tra Europa e Usa sono tali da creare in prospettiva uno squilibrio strategico. E non c’è niente di peggio per la pace. Parliamo almeno di quel poco di pace che è rimasta nel mondo.



