Guarda caso se la sono presa tutti, dai soloni del pensiero unico laicista ai soliti odiatori della rete, col titolo che il giornale diretto da Belpietro ha fatto (“Fine vita” con tanto di foto), a proposito della morte di Emma Bonino.
Nessuno, ovviamente è andato in profondità (sia dal punto di vista culturale, sia lessicale), superando facili steccati e arroccamenti ideologici da opposte tifoserie. Come dire, se vogliamo ridurre il fatto a barzelletta, da un lato è stata una semplice provocazione da parte del quotidiano “La Verità” e dall’altro, la condanna teatrale scontata del politicamente corretto.
Del resto, guai a toccare Emma Bonino, deificata sia dal Quirinale, sia a suo tempo, dalla Chiesa di papa Francesco (“più credente di tanti credenti”). Un’eroina, un’icona dei diritti civili. Per carità, quando scompare una figura importante è come assistere a un lutto collettivo. Ma anche in tali momenti si può o non si può prescindere dall’ipocrisia e dalla retorica?
Nessuno nega il ruolo di una donna che ha combattuto per i suoi valori, condivisibili o meno, che ha partecipato attivamente alla storia della Repubblica (il partito radicale e il suo impegno internazionale), un impegno non sempre adamantino e coerente (ad esempio, il mito Usa che aveva e alla legittimazione della guerra Nato nei Balcani, altro che pacifismo), posizioni ovviamente legittime; ma pure oggi, dopo la sua dolorosa scomparsa – seconda domanda – si può o non si può rivendicare il diritto, per chi non la pensava e non la pensa come lei, di formulare un giudizio sulle sue idee (aborto, eutanasia, droghe leggere etc)? Non solo quindi, femminismo, mine e fame nel mondo.
La premier Giorgia Meloni ha fatto bene a dire ciò che ha detto. Non so se al contrario, la sinistra avrebbe fatto lo stesso, riconoscendo a un leader di destra scomparso, pari dignità.
Ma torniamo al titolo de “La Verità”: Bonino, “Fine vita”. Perché questa parola ha fatto indignare la sinistra intellettuale, politica e mediatica?
Perché rovescia la manipolazione ideologica che ormai ha contaminato, influenzato concetti, espressioni e modi di pensare, considerati acquisiti. Al punto che l’aborto è “maternità responsabile”, l’utero in affitto “maternità sociale e solidale” e appunto, l’eutanasia, il suicidio assistito (altrimenti detto omicidio del consenziente), non morte procurata, ma “fine-vita”.
E allora, niente di più facile che usare il medesimo concetto per spiegare una morte con le parole e gli schemi interpretativi dominanti. Si chiama “eterogenesi dei fini”.
E ciò ha dato fastidio, perché la verità chiamata per nome e vista dal vivo, dà sempre fastidio. E’ la forza della realtà sull’ideologia che cela, nasconde, rimuove.
La stessa che tira fuori gli artigli dell’odio quando si fa vedere un feto abortito o ascoltare il battito del cuore di un piccolo nel grembo di una madre.
“Bonino-Fine Vita”. Ecco perché do ragione al giornale di Belpietro

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