Vladimir Putin ha vinto un referendum, poco importa che sulla scheda ci fosse scritto elezioni presidenziali. E il tutto sia in Russia ma soprattutto fuori dei confini sta facendo discutere. I 94 mila seggi chiusi dopo tre giorni spalmati su 11 fusi orari hanno restituito un plebiscito imperiale: oltre l’88% dei consensi a Putin, con un’affluenza del 74%, dieci punti in più se li paragoniamo alle politiche italiane del 2022 per esempio. E gli altri candidati? Da quello she sembra delle semplici comparse di sistema utili a dare una parvenza di democraticità. Leonid Slutsky, Nikolai Kharitonov e Vladislav Davankov si sono spartiti le briciole del 10%, intorno al 3-4% a testa. Inutile anche l’iniziativa promossa dagli avversari del Cremlino: “Mezzogiorno contro Putin”. La trovata dell’opposizione esule, con le code ai seggi a mezzogiorno come forma di protesta pacifica. Scontata la reazione delle cancellerie occidentali, un monologo noioso di accuse per voto taroccato. Ma a quanto pare e qui forse l’errore dell’Occidente è leggerlo con le nostre categorie e con i nostri parametri. Non è stata una gara elettorale. È stato un referendum di guerra. Putin ha capitalizzato proprio la russofobia occidentale e le sanzioni, tenendo il Paese in piedi nonostante la guerra. I russi non hanno scelto un candidato, hanno scelto sicurezza e potenza. Finché il conflitto sarà percepito come esistenziale, quel plebiscito si ripeterà e lui sarà sempre il vincitore incontrastato malgrado le sue scelte e la strategia politica che di pace ne ha ben poca. E lo zar anche stavolta ha fatto il pieno con una duma riunita blindata e un consenso altissimo quasi a: “furor di popolo”.



