La legge elettorale diventa una questione di governo. Giorgia Meloni ha deciso: sulla terza e definitiva lettura del “Melonellum” alla Camera, il 29 settembre, l’esecutivo porrà la fiducia. La scelta è maturata al Consiglio dei ministri in tarda serata a Palazzo Chigi, con Tajani, Salvini e Giorgetti al fianco della premier. Il testo uscito dal Senato con 113 voti a favore prevede un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 42%, soglia di sbarramento al 3%, capilista bloccati e due preferenze temperate su liste di sei nomi. Dopo 33 anni quindi tornano le preferenze. A motivare la fiducia è il precedente di luglio, quando a Montecitorio, a voto segreto, un emendamento FdI sulle preferenze era stato bocciato. “Quando quell’emendamento non passò si è detto che il governo non aveva la fiducia del Parlamento. Mettere la fiducia è un fatto di chiarezza”, ha detto a più riprese Giorgia Meloni. In conferenza stampa la premier ha sottolineato con fermezza : “Vorrei arrivare a fine legislatura, autunno 2027 e finché ho una maggioranza solida intendo governare”. Ma secondo le ricostruzioni dei media, in riunione il tono è stato più ruvido: “Tutti presenti in Aula. Se si inciampa di nuovo, conseguenze inevitabili”. Tradotto: crisi di governo e, forse, voto anticipato in primavera. È una mossa a doppia lama. Da un lato Meloni neutralizza l’opposizione e i fianchi tiratori e ridà compattezza a una maggioranza logorata da bollo auto, accise e caso Vannacci. Dall’altro trasforma una legge di sistema in un plebiscito su di sé. Il 42% del premio è altissimo e costringe il centrodestra a restare unito; la fiducia obbligata espone la premier: se perde, non è solo la legge elettorale a cadere, è l’intera legislatura a traballare. Il Quirinale non è obbligato a sciogliere le Camere, ma il messaggio è politico ed è molto chiaro: o tutti dentro, o tutti a casa.



