Bollette, l’Italia non può permettersi il gioco dello sfascio

mercoledì, 30 Settembre 2026
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Il dato è pesante: nel quarto trimestre del 2026 la bolletta elettrica dei circa tre milioni di clienti vulnerabili rimasti in maggior tutela aumenterà del 37,3%. Lo ha comunicato ARERA, spiegando che l’incremento riflette soprattutto la crescita dei costi di acquisto dell’elettricità e le aspettative sui prezzi all’ingrosso, a loro volta condizionate dal rincaro del gas.

È una notizia che fa paura, soprattutto a famiglie e imprese già alle prese con un costo della vita più alto. Ma proprio per questo sarebbe utile evitare scorciatoie propagandistiche. Il prezzo dell’energia non è un rubinetto che il governo italiano può aprire o chiudere a piacimento. L’Italia compra una parte rilevante delle proprie fonti energetiche sui mercati internazionali e quindi subisce guerre, crisi geopolitiche, strozzature delle rotte commerciali e oscillazioni delle quotazioni.

Il problema è particolarmente serio perché l’Italia è, strutturalmente, un Paese manifatturiero e dunque energivoro. Acciaio, vetro, ceramica, carta, chimica, meccanica e una lunga filiera di piccole e medie imprese hanno bisogno di energia competitiva per poter produrre e competere sui mercati. Quando il gas sale, non aumenta soltanto la bolletta di casa: aumentano i costi di produzione, si comprimono i margini e diventa più difficile mantenere investimenti e occupazione. Non è un’ipotesi teorica: secondo ANSA, sulla base dei dati Istat, già a marzo i prezzi della fornitura di elettricità e gas all’industria erano cresciuti del 6,6% su base annua.

. La nostra economia ha bisogno di molta energia, ma il sistema energetico continua a dipendere in misura significativa dalle fonti fossili. Nel 2025 il termoelettrico ha rappresentato il 51,1% della produzione elettrica nazionale e il gas naturale ha coperto quasi l’80% della produzione termoelettrica. Nello stesso anno le rinnovabili hanno comunque raggiunto un record nel fotovoltaico e, nel complesso, hanno coperto il 41% della domanda elettrica.

La transizione, dunque, procede, ma non è una bacchetta magica. Servono impianti, reti, accumuli, tempi autorizzativi più rapidi e un mix energetico capace di garantire contemporaneamente sicurezza, continuità e prezzi sostenibili. E serve anche guardare in faccia un’altra verità, spesso taciuta dall’opposizione: per anni l’Italia ha rinunciato al nucleare e oggi deve recuperare terreno mentre affronta una fase geopolitica tutt’altro che tranquilla.

In questo quadro il governo può e deve fare la propria parte: proteggere le famiglie più esposte, sostenere le imprese energivore, accelerare gli investimenti e lavorare per ridurre la dipendenza dall’estero. È significativo che negli ultimi mesi siano state messe in campo iniziative per contenere il costo dei carburanti e che, sul fronte elettrico, gli operatori abbiano iniziato a proporre offerte a prezzo fisso sensibilmente inferiori alle quotazioni all’ingrosso. Il governo ha inoltre sollecitato le aziende del settore a contribuire al contenimento dei costi.

Ma nessun esecutivo può cancellare con un decreto una crisi internazionale dell’energia. E proprio qui la politica dovrebbe mostrare un minimo di responsabilità. Contestare le scelte del governo è legittimo, così come chiedere interventi più incisivi. Trasformare però ogni rincaro in una prova definitiva del fallimento nazionale, fingendo che il prezzo del gas dipenda dalle decisioni prese a Roma, significa raccontare ai cittadini una realtà troppo semplificata.

La partita delle bollette si gioca invece su due piani. Nell’immediato bisogna impedire che famiglie e aziende vengano travolte dagli shock esterni. Nel medio periodo bisogna fare in modo che quegli shock abbiano un impatto sempre minore sull’Italia.

Più rinnovabili, più reti e accumuli, maggiore diversificazione degli approvvigionamenti e, nel quadro delle scelte che il Parlamento e il Paese saranno chiamati a compiere, una seria riflessione sul nucleare. Non esistono soluzioni istantanee. Esiste però una strategia: produrre più energia competitiva, importarne meno quando possibile e costruire un sistema meno vulnerabile alle crisi che arrivano dall’estero. Evitando il rischio che l’Italia, proprio mentre cerca di difendere la propria industria, continui a pagare l’energia più cara di quanto possa permettersi. E su questo, più che sul prossimo titolo contro il governo o contro l’opposizione, sarebbe il caso di misurare la politica.

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