Di Battista, Cuba e l’annuncio in tv che zittisce tutti: “Ho un tumore al cervello”

mercoledì, 30 Settembre 2026
1 minuto di lettura

 

”Ho iniziato a sentirmi male per un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore”. Con queste parole, in collegamento tv a DiMartedì su La7, Alessandro Di Battista ha rotto il silenzio sulla malattia che lo ha colpito a fine agosto a Cuba. L’ex deputato M5S si trovava sull’isola per dei reportage per Il Fatto Quotidiano e Tv Loft quando è scattato l’allarme. Ricoverato all’Hospital Clinico Quirurgico Hermanos Ameijeiras de L’Avana, gli è stato diagnosticato un tumore al cervello. L’operazione d’urgenza, eseguita dal neurochirurgo Marlo Nortis, ha permesso l’asportazione di quasi tutta la massa. Rientrato in Italia il 12 settembre scorso con aeroambulanza e poi ricoverato al Gemelli di Roma, Di Battista ha voluto rendere omaggio ai medici cubani: “Mi hanno fatto un’operazione raffinatissima, così l’hanno definita al Gemelli, nonostante usino tecnologie vecchie di 30 anni e non possano sterilizzare gli strumenti per mancanza di corrente a causa dell’embargo”. “Non mi piace la retorica del forza guerriero non mollar’. Io devo fare le cure, condurre una vita sana e avere un atteggiamento positivo. Quelli che non devono mollare sono i dottori”. Nel racconto c’è spazio anche per una stoccata alle polemiche dei giorni della degenza: “Mentre combattevo tra la vita e la morte, qui c’era una polemica indegna sul volo di Stato”. E una rivelazione: una telefonata ricevuta all’Avana dalla premier Giorgia Meloni. Oggi, ha detto: “Sto abbastanza bene, alcuni giorni meglio di altri. Ogni giorno mi riprendo spazi di libertà”. Alla luce dei fatti possiamo dire che la vicenda Di Battista è molto più di una notizia di cronaca. È un cortocircuito politico e umano perfetto. Prio tra tutti la geografia dell’acaduto: Cuba. L’uomo che per anni è stato accusato dai suoi avversari di “casto-comunismo” viene salvato proprio dal sistema sanitario cubano, sotto embargo, senza corrente, con strumenti di 30 anni fa. E il Gemelli, eccellenza italiana, ne certifica la bravura. È una narrazione potentissima che smonta da sola anni di propaganda anti-cubana e, paradossalmente, rivaluta Dibba come narratore credibile. Secondo: la retorica. Rifiuta il cliché del guerriero. Non vende la malattia come battaglia epica da vincere a forza di hashtag. La affida alla medicina, ai medici. In un’epoca di storytelling del dolore, è una posizione spiazzante e lo rende più umano di molti leader che sulla malattia hanno costruito carriere. Terzo: la politica. Dice chiaramente “niente candidatura”. Ma il suo rientro, a poche settimane dalle Regionali e con un campo largo che balbetta, pesa come un macigno. La malattia, come ha detto lui, è democratica. Le strumentalizzazioni, no.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.