La legge elettorale torna alla Camera, il governo tra voto segreto e franchi tiratori. Bignami: «Se non passa tutti a casa»

mercoledì, 30 Settembre 2026
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Palazzo Madama

Il testo della nuova legge elettorale è tornato alla Camera, dove a metà luglio la maggioranza fu battuta sulle preferenze. Si tratta di un provvedimento-bandiera sul quale il governo si gioca la reputazione. Anzi di più. «Mi sembra che Giorgia Meloni sia stata chiara – rammenta il capogruppo di Fratelli d’Italia a Montecitorio, Galeazzo Bignami – se il provvedimento non passa si va a casa. La fiducia è stata messa per questo motivo». Il testo è lo stesso con quelle stesse preferenze riproposte e approvate nel testo del Senato. Una prova di forza per la premier per superare quella che due mesi fa definì la palude di chi vuole «impedire ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari».

Dal pomeriggio di mercoledì 30 settembre si inizia con la discussione generale, giovedì si entra nel vivo delle votazioni, con le pregiudiziali di costituzionalità per cui è probabile che ci sarà il voto segreto. Gli umori sembrano buoni perché nella maggioranza prevale un cauto ottimismo, anche se non manca una certa apprensione, in particolare per l’8 ottobre, giorno in cui è prevista la votazione finale, anche questa a scrutinio segreto. Lo stesso Bignami, tuttavia, avverte: «Il voto sulle pregiudiziali di domani è un voto importante tanto quanto quello di fiducia. Qualcuno potrebbe pensare che non sia così, ma si sbaglia. Se la legge si ferma sulle pregiudiziali le conseguenze sarebbero le stesse: si va a casa».

Come finirà? Nei capannelli in Transatlantico, la domanda rimbalza da giorni, seguita dalle ipotesi più disparate sulla data del voto: tutte le ipotesi sono valide considerando che il governo porrà la questione di fiducia. Circolano perfino delle indiscrezioni in ambienti dell’opposizione (smentiti seccamente dai diretti interessati dalla maggioranza) su un presunto gruppo di franchi tiratori organizzati da Fratelli d’Italia per impallinare il governo e andare al più presto alle urne.

I giorni considerati decisivi per il voto finale sul provvedimento si concentrano tra il 6 e l’8 ottobre. Il provvedimento prevede un sistema con premio di governabilità/maggioranza (soglia al 42% senza ballottaggio), modifiche alle sottoscrizioni per le liste, disposizioni sul voto fuori sede e il dibattito sulle preferenze. Dopo l’eventuale via libera definitivo della Camera, la legge dovrà essere promulgata dal Presidente della Repubblica. In caso di approvazione finale, decine di costituzionalisti hanno annunciato una pioggia di ricorsi al fine di far pronunciare la Corte Costituzionale prima delle elezioni politiche del 2027.

Il nocciolo della riforma è il premio di governabilità: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunge il 42% dei voti validi, ma il premio scatta soltanto se la stessa coalizione risulta prima sia alla Camera sia al Senato e supera il 42% in entrambi i rami. Se anche una sola di queste condizioni manca, soglia non raggiunta o vincitori diversi tra le due Camere, si torna al proporzionale puro, senza premio. Il sistema prevede inoltre un tetto massimo: la coalizione premiata non può comunque superare i 220 seggi alla Camera e i 113 al Senato.

Ritorna il voto di preferenza. Il testo licenziato da Palazzo Madama consente all’elettore di esprimere fino a tre preferenze per candidati della lista votata, con esclusione del capolista, che resta eletto secondo l’ordine di lista deciso dal partito. In caso di più preferenze, queste devono riguardare candidati di sesso diverso.

È interessante il ragionamento intorno ai possibili franchi tiratori, coloro che, in buona sostanza, non si sentirebbe garantiti per l’eventuale rielezione con questa legge. Tutti i deputati di FdI saranno obbligati a votare con un solo dito, senza infilare tutta la mano nella fessura dove ci sono i tre pulsanti del Sì, No, Astensione, in modo da evitare scherzi. Poi c’è l’interrogativo della Lega, dove Salvini ha confidato di temere le defezioni degli eletti al Nord. Quanto alle donne di Forza Italia, sono l’ultimo gruppo sotto stretta osservazione. Si dice che Tajani abbia dovuto promettere che saranno ricandidate in posti eleggibili tutt’e quattordici.

Un timore che pervade anche il Pd: «Con lo Stabilicum non avremo un Parlamento per donne – dice la capogruppo Simona Bonafè – Giorgia Meloni si assume una grave responsabilità: quella di cancellare la parità di genere nella scelta dei capilista e di consegnare al Paese un Parlamento con una rappresentanza femminile più bassa. È un grave passo indietro».

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