“Avanti Savoia!”. Il grido del Regio Esercito è risuonato ieri mattina a Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte, e ha trasformato una seduta già tesa in una bagarre istituzionale. Al centro dello scontro c’è il vicepresidente della Regione Piemonte, Maurizio Marrone (Fratelli d’Italia), finito nel mirino dell’opposizione per aver partecipato in abito da cerimonia all’evento organizzato nel weekend da Emanuele Filiberto di Savoia e dall’AICODS, gli Ordini Dinastici di Casa Savoia. Dalle foto della cerimonia, tenutasi a Santhià, Marrone appare in tunica rossa con la mantella dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Una presenza che Alice Ravinale, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra, ha portato in aula chiedendo chiarimenti: può un vicepresidente di Regione partecipare, in veste istituzionale, a una cerimonia che assegna titoli monarchici in una Repubblica? La sindaca di Santhià, Angela Ariotti, si era già rifiutata di partecipare contestando l’uso di titoli nobiliari su locandine patrocinate da enti pubblici. L’Anpi di Vercelli ha protestato. La locandina è stata poi corretta. Ma a scatenare l’urlo è stata la difesa d’ufficio arrivata dalla Lega. Gianna Gancia, consigliera del Carroccio, ha preso la parola per liquidare le polemiche come “stucchevoli”: “Con tutti i problemi che abbiamo in Italia – ha detto – strumentalizzare la presenza di Marrone a un evento che rappresenta la storia dell’Italia, ma soprattutto la storia del Piemonte, è fuori luogo”. E ha chiuso con il motto: “Avanti Savoia”. Marrone, dal canto suo, ha raddoppiato. Meno di 24 ore dopo Santhià, lunedì 28 settembre, era di nuovo al fianco di Emanuele Filiberto a Rivarolo Canavese, alla Santissima Annunziata, per un’altra tappa del tour sabaudo. La frase “Avanti Savoia” in Consiglio regionale non è folclore. È un segnale politico che merita di essere preso sul serio. Primo, perché certifica la mutazione antropologica della destra piemontese. Marrone, esponente di Fratelli d’Italia, partito che della Repubblica e della fiamma tricolore ha fatto un totem, indossa senza imbarazzo le insegne di un ordine dinastico che la Costituzione, articolo 139 e XIV disposizione transitoria, ha archiviato. Non è un gioco in costume. È la rivendicazione di una continuità storica che la Repubblica aveva reciso. La Lega poi ci mette il carico. Gancia non difende Marrone per spirito di coalizione. Lo fa urlando il motto sabaudo, cioè trasformando una gaffe istituzionale in rivendicazione identitaria.



